EDS - Confessore: I racconti
E non c'era nemmeno la luna
Convincerlo non fu semplice. Sempre pieno d'impegni, cose da fare, gente da vedere, ragazze da spolpare; ma dovevo incastrarlo in qualche modo o non avrei avuto più pace. Lo preparai con calma ricordandogli la mia bella casa sulla costa e proponendo una gita, quando ne avesse avuto voglia. Un weekend, una notte, una grigliata, e Terre Bianche in giardino, buio, suoni. "Sì, ma noi due soli!"
Duro il Gino, metteva sempre il dito nella piaga senza curarsi dei guasti. Come quella volta con Emma, e pensare che ero così contento di fargliela conoscere! Come a dirgli: "Hai visto? Anch'io ci so fare". E sì, era bello avere un amico come lui ma anche difficile. Certe sere mi prendeva una rabbia che non riuscivo a smaltire. Lui il leader, le analisi più paracule, le azioni da compiere e io che non sapevo dire le mille idee che mi ribollivano in testa. Era bello avere un amico come Gino, ma quella storia con Emma non volevo perdonargliela. Con tutte le donne che gli facevano la corte, perché anche lei? gli ho sempre perdonato tutto, ma Emma no. Era mia. L'avevo aggangiata io, tutto merito mio, il mio orgoglio, la mia unica vittoria.
"La casa vicina l'han presa due donne" gli dissi una notte fingendo sbadigli. "Son milanesi, staranno lì tutta l'estate". Non mi rispose, ma i suoi occhi guardarono di traverso scrutandomi il viso. Passai due settimane da schifo. Lo volevo tutto, non mi sarebbe certamente bastato andare lì e sputargli negli occhi, gridargli 'Bastardo', mollargli un cazzotto. Non avrebbe neanche capito, troppo tempo era passato e Emma era per lui un ricordo lontano.
Nella casa sulla costa tutto era pronto per accoglierlo degnamente. Il letto più bello nella stanza più grande, la droga, il coltello affilato, l'anfratto in cantina da murare in un fiato. Mancava solo Gino, ma non avevo fretta. Stranamente mi sentivo sicuro e fu la mia arma vincente. "Come sono quelle due?" mi chiese una notte sul finire del mese. "Belle, bone, stronze però, con la puzza sotto al naso". "Bene, andiamo a dargli una strigliata allora". Non diedi a vedere una eccessiva euforia e risposi tra i denti: "Se vuoi". Partimmo al mattino con un volo di linea e al pomeriggio eravamo già a prendere il bagno, con l'acqua che sbatteva tra i scogli e il sole che stemperava tra gli alberi del giardino. "Questa sera ambientamento, propose, domani inizia la caccia". Lo guardai compiaciuto.
A notte fonda, dopo aver mangiato e bevuto, contate le stelle e sentito Beethoven, gli offrii un'ultima coppa e finalmente cadde in mio potere. L'adagiai sul letto, presi il coltello dalla lama affilata, lo guardai negli occhi e gli dissi: "Ora puoi riposare tranquillo".