EDS - Confessore: I racconti
Ridammela
Usavano vernici speciali, immuni alle negligenze e ai solventi clorati. Le
lettere sembravano bruciare nel buio, stilate da mani compassate con l'ansia
del millimetro. Gli altri graffiti al contrario sbiadivano, mostravano
sbuffi e colate.
Cominciarono a saltarmi nelle pupille mentre la zaffata di cordite
impregnava la stanza. Non sono scritte che attendono pazienti le occhiate
sfuggenti. Rimangono uncinate alla retina come riflessi solari e quando
pensi di essertene liberato riemergono in altre forme, con altre parole, su
differenti superfici, perseguitandoti negli incubi.
La prima apparve sul muro, in diagonale, sopra la macchia vermiglia ancora
lucida di sangue. Gridava "Ridammela!" in caratteri cubitali azzurri con
riverberi argentati e sfumatura in nero. Pensavo fosse lì anche in
precedenza, ignaro che apparissero dal nulla all'improvviso.
Per un momento pensai a un'estrema forma di insolenza del cadavere di Sara,
in grado di vantare prepotenza con messaggi post mortem. Oppure una
misteriosa forma di premonizione che l'avesse indotta a rivendicare la vita
che non gli avevo ancora tolto per mezzo di un prematuro epitaffio.
In seguito le scritte apparvero ovunque. Su muri, vetrine, strade, porte,
specchi.
Non possiedo un carattere irrequieto e difficilmente gli eventi riescono a
sconvolgermi. Se così non fosse difficilmente potrei condurre proficuamente
il mio lavoro. Lo specialista cui mi rivolsi, dopo essermi reso conto
d'essere il solo a notarle, imputò il difetto visivo allo stress e mi
prescrisse dei calmanti. Decisi di rinnovare la mia totale sfiducia nella
classe medica, pensavo di poter dimostrare la mia resistenza in una sfida
alla pazienza reciproca. Le scritte apparivano luccicanti e stucchevoli
anche sul soffitto della mia camera da letto senza che mi scomponessi o
mostrassi insofferenza. Semplicemente le ignoravo. Presi ad assumere
controvoglia i medicinali quando rischiai un incidente stradale. Lo stress
usò il parabrezza come sfondo e la visibilità divenne nulla.
Eppure l'artista perseguitava il mio campo visivo con segnali estranei al
subconscio. Non avevo idea di cosa potesse significare un "Non dovevi
credermi." sul parabrezza. Mentre le gomme stridevano sull'asfalto e i
clacson altrui oltraggiavano la manovra insensata, le parole mutarono una ad
una, in maniera indescrivibile, come se un pennello incorporeo si premurasse
di colpire le mie retine in modo casuale, senza rispettare alcun metodo,
fino a comporre l'ormai frequente "Ridammela".
Solo adesso, mentre svito il silenziatore, comprendo l'origine del fenomeno.
L'ultima vittima giace mollemente di fronte a me, tenuta composta dai lacci
con cui l'ho assicurata alla sedia.
Non sono un assassino privo di scrupoli, che lavora dietro compenso senza
fare domande. Ci dev'essere movente e mi accerto che sia fondato. È
stupefacente quanto una calibro nove puntata in fronte stimoli la gente a
dire la verità. La maggior parte della gente trova conforto nel potersi
confessare prima di morire, come se facesse qualche differenza. Quel che
faccio è offrire alle vittime la possibilità di liberarsi dal peso di
menzogne nascoste faticosamente, spesso per lunghissimi periodi.
Posso restare anche ore in piedi con la pistola in pugno ad aspettare. Di
solito lo sfogo arriva nei primi dieci minuti. Tutto quel che devo fare è
chiedere "Sei colpevole?".
Si potrebbe pensare che sia facile mentire, ma non è così quando si ha la
certezza di non potersela cavare.
Perché io mi informo prima di chiedere. Accerto i moventi, indago sui
presupposti. Mi presento preparato agli appuntamenti. E quanto arrivo è
troppo tardi per
mentire.
Una sola volta ho agito pur essendo nel dubbio. Una volta sola la mia voce
può aver mostrato un tono incerto nel porgere l'ultima domanda. Quella sola
volta è stata sufficiente per giustiziare una bugiarda. Così bugiarda da
mentire perfino sulla propria colpevolezza, da mentire a se stessa sul fatto
di potermi obbligare a ridargliela.
Sono tornato nel bosco dove avevo seppellito la salma di Sara parecchie
volte da quando ebbero inizio i graffiti. Gridavo "Cos'è che vuoi?" e
"Ridarti cosa?".
Non avevo capito che la domanda giusta fosse un'altra. Oggi ho preso il
badile e sono tornato da lei. L'ho tirata fuori e ho appoggiato contro un
albero il sacco di plastica contenente il cadavere. Con i capelli
ritti sulla nuca ho forzato la gola ad emettere suono.
"Sei colpevole?"
Potrei giurare di aver sentito distintamente un no, e per infiniti secondi
ne ho sentito l'eco col terrore che non finisse mai. L'ho lasciata lì
dov'era, seduta nel sacco a guardare la propria tomba, e sono fuggito.
Dopo un mese e passa di tormentata pazienza, finalmente non vedo più le
scritte.