EDS - Confessore: I racconti

Non scappate

Nella mia mente resterà sempre infissa quella frase e le voci che la scandivano tra i fumi dello zolfo e il sibilare del terreno instabile. Mia madre che restava indietro, perché aveva perso il braccio destro e dall'attaccatura spruzzava sangue come una fontana. Mia moglie che saltava sull'ultimo veicolo e non riusciva ad afferrarmi la mano.
Erano arrivati un mese prima. Supponevamo ci fosse qualcun altro, oltre a noi, ma la capacità dei nostri mezzi si fermava poco prima di potercene fornire la certezza. Le navi erano antiquate, simili a quelle in miniatura con cui giocavamo da bambini, simulando battaglie con i pirati.
Loro sembravano innocui, non portavano armi, in apparenza, ed erano una cinquantina in tutto, guidati da un anziano costantemente nascosto da un lungo mantello con cappuccio verde. Questi si chiuse nello studio con il nostro Presidente, mentre il suo equipaggio bighellonava per le strade intorno al palazzo, osservandoci con curiosità identica alla nostra nei loro confronti.
I più piccoli di noi, non appena quelli tentavano di avvicinarsi, fuggivano precipitosamente a rifugiarsi dietro i più grandi. E tutti rimasero sorpresi di sentirli esclamare, sorridenti e nella loro lingua, molto simile alla nostra:
- Non scappate, siamo vostri amici!
Intendersi non era difficile, non c'erano alti principi di cui conversare. Cibo, letto, donne. Il primo e il secondo vennero esauditi con generosità, ma per il terzo desiderio non si trovava una disposta a prestare il sacro servizio dell'ospitalità.
Quella sera ero nel canyon, da solo, e osservavo il tramonto e i granelli di sabbia che mulinavano sulla punta dei miei stivali. Non li vidi, in realtà, per tutto quel mese, se non l'ultimo giorno, al cui sorgere ci trovammo circondati da navi da guerra in ogni direzione. I nostri amici parevano trasformati, ma la frase era sempre la stessa:
- Non scappate, siamo vostri amici!
Ora pero' la pronunciavano con un ghigno feroce, e afferravano i piccoli e gli tagliavano la gola, e rincorrevano i vecchi con bastoni chiodati. L'aria era piena delle loro urla e delle nostre, la folla cominciò a fuggire verso il canyon. Ma eravamo a piedi, e i loro mezzi ci sfrecciavano accanto crivellandoci di colpi. Sul fondo c'era un rifugio e un passaggio sotterraneo conduceva a una via di fuga. Ci braccarono a piedi, le loro urla selvagge facevano piangere i piccoli e tremare gli adulti. Le navi erano pronte, e la folla che era ormai ridotta a un gruppetto sfiancato si impegnava nell'ultimo sforzo. Mamma fu colpita allora e sul momento ebbi solo il tempo di vederla annaffiare di sangue il viso di uno dei nostri "amici", un tempo brevissimo, che pero' fu troppo lungo per raggiungere la nave. Parti' senza di me.
Caddi in terra e mi finsi morto. Sarebbe stato difficile distinguermi dalle altre decine di corpi accasciati intorno e sotto il mio. Se ne andarono in fretta e furia, forse per bloccare i fuggiaschi tagliandogli la strada. Mi chinai accanto a mia madre e le accostai il braccio, che giaceva li' accanto, alla spalla e le chiusi gli occhi. Poi presi metodicamente a strapparmi brandelli di pelle dal dorso delle mani.
Si presero tutto. Svuotarono i magazzini, i depositi, le fabbriche, le case. E poi se ne andarono. Vidi le loro navi farsi sempre più piccole puntando verso Andromeda, mentre il vento del canyon agitava le falde stracciate del mio mantello. Ero rimasto l'unico abitante del sesto satellite di Mulderan: solo.