EDS - Confessore: I racconti
Vacanze
Mi aspettava accanto a una cabina telefonica con in mano un libro di L. Ferlinghetti.
"Dove l'hai trovato?" le ho chiesto. "Lì," ha risposto, e ha indicato un negozietto di
libri usati. Sono entrato e dietro al banco c'era una ragazza di colore che parlava
inglese. Le ho chiesto dov'erano i libri italiani e lei mi ha indirizzato al piano di sotto.
Giù si soffocava e c'era una gran puzza, ma io me ne fregavo perché c'erano migliaia
di libri, per la maggior parte Urania e Gialli Mondadori, ma anche libri di qualità tipo
romanzi di Faulkner o Durrenmatt e racconti di autori più che altro americani come
Hemingway, Carver e Bukowski. Sono stato a curiosare per quasi un'ora e quando
sono tornato alla cabina telefonica lei non c'era più. Non c'era più nemmeno "Lei", il
libro di Ferlinghetti, allora mi sono avviato alla macchina, solo che a un tratto mi sono
ricordato che le chiavi le aveva lei nella borsa. Mi sono fermato e ho guardato
l'orologio. Erano le cinque, l'ora del tè, così mi sono diretto verso un locale che c'era lì
vicino, mi sono seduto e ho ordinato un caffè freddo. Cercando in tasca le sigarette
mi sono accorto che anche quelle erano nella sua borsa. 'Cazzo,' ho pensato,
guardando male il cameriere innocente. Mentre sorseggiavo il caffè mi è venuto un
atroce sospetto; ho posato il bicchiere e ho controllato: anche i soldi li aveva tutti lei.
'Cazzo,' ho pensato di nuovo, e mi sono passato una mano sulla faccia.
Stava nella stanza a leggere come se niente fosse, e quando sono entrato ha posato
il libro e mi ha guardato. Nessuno dei due ha detto o fatto niente per un bel po', poi
ho adocchiato le sigarette sul tavolo e ne ho presa una. Soffiando fuori il fumo ho
detto: "Potevi anche aspettarmi."
"Potevi anche venire a dirmi qualcosa."
"Baby, lo sai come sono, quando entro in una libreria non sono più me stesso."
"Cioè diventi uno stronzo."
Ho sbuffato e mi sono seduto sul letto.
"La macchina quando la vai a prendere?" ha chiesto.
"Cosa?"
"La macchina. Pensi di lasciarla là tutta la notte?"
"Sei tu che mi hai mollato lì portandoti via le chiavi. Potevi almeno andartene in
macchina."
Aveva ripreso il libro e lo teneva in mano, come se non sapesse cosa farci. "Non ci
ho pensato."
"Oh be', non è lontano. Io ci ho messo poco più di mezz'ora, e non ho camminato
nemmeno troppo veloce."
"Scordatelo. Non ci torno là da sola. Sta anche venendo buio."
Mi sono sdraiato e ho sospirato. "E allora sono cavoli tuoi, sorella."
"Eh?"
"Ho detto: 'E allora sono cavoli tuoi, sorella.' Citavo i Blues Brothers."
Ha borbottato qualcosa che non ho capito ed è uscita dalla stanza lasciando il libro
sul tavolo. Quaranta minuti dopo ero seduto da solo in macchina a fumare una
sigaretta dopo l'altra, incazzato nero.
Sono rientrato poco prima dell'alba con gli occhi rossi e i vestiti che odoravano di
fumo e alcol. Mi sono tolto le scarpe e mi sono sdraiato accanto a lei che si agitava
nel sonno. Le ho sussurrato all'orecchio: "Ti amo," che di tutte le bugie che le ho
detto è la meno importante. Si è svegliata e gliel'ho ripetuto: "Ti amo." Abbiamo
litigato, poi abbiamo parlato fino a metà mattina, quindi ci siamo abbracciati e ci siamo
addormentati insieme. Nel primo pomeriggio, dopo il sesso, si è alzata per andare in
bagno. Guardandola uscire dalla stanza ho avvertito un senso di minaccia che, per il
momento, posso ancora ignorare.