EDS - Confessore: I racconti
VERDI FALSE PIETRE DEL DESERTO
L'impiantito di legno del corridoio dell'albergo - un albergo
che forse non merita nemmeno quell'unica stella di cui si
fregia - scricchiola sotto i miei passi. Sulla destra si
allineano le quattro porte delle quattro camere; alle mie
spalle lascio la porta del bagno comune; e di fronte un vecchio
specchio rimanda nella penombra l'immagine di me che avanzo.
Come comandato da un arcano ipnotismo, mi fermo ad osservare
meglio lo specchio. La cornice di legno è verniciata in
colore dorato, ma in più punti la vernice è staccata. La
superficie argentea è macchiata di chiazze rugginose vicino
ai bordi. Alla luce fioca dell'unica, debole lampadina che
illumina tutto il corridoio, il mio riflesso nello specchio
ha un aspetto oscuro e confuso.
Eppure, sono io, non c'è dubbio: un io che sta fuori di me e
mi scruta inquisitore con i miei stessi occhi.
Non è poi così difficile mentire agli altri. E' un po' più
difficile mentire a chi amiamo. E' ancora possibile mentire
a se stessi, quando si può fare a meno di fissarsi negli
occhi. Ma non si può mentire al proprio riflesso in uno
specchio.
Arrossisco. « Ho dovuto farlo » mormoro allo specchio. « Non
potevo, no, non potevo dirle la verità! » ripeto concitato,
alzando leggermente il volume della voce. Mi volto preoccupato.
Se qualcuno mi sente, penserà che sia matto. Ma non c'è
nessuno.
« Domani tanto saprà tutto » concludo a voce più bassa,
lanciando un ultimo sguardo allo specchio mentre apro la
porta della mia camera.
Che giornata! Oggi Luisa mi ha detto di sì. Quando, cinque anni
fa, partii da questa squallida cittadina, l'unica cosa che
rimpiangevo era il suo sorriso allegro, le sue parole benevole,
i suoi scuri occhi grandi e misericordiosi. L'avevo tanto
corteggiata, e talvolta lei per prima mi aveva cercato e forse
le piaceva che io la cercassi; ma per due volte, quando avevo
cominciato balbettante a manifestarle i miei sentimenti, mi
aveva interrotto, impedendomi di completare il mio discorso e
chiarendo in modo netto che gradiva la mia amicizia e che
sarebbe stata una terribile disgrazia se avessi distrutto
l'amicizia per un amore che non poteva essere.
E quando la seconda volta volli sapere perché, Luisa fu
impietosa. « Guardati » disse. « Sei povero, intelligente ma
povero; e tutti ti deridono per le tue idee strane. In questa
cittadina bisogna anche venire a compromessi, bisogna farsi
amici, tu non hai né parenti né amici. Qui nessuno mai ti
darà lavoro e povero resterai. »
Così, quando capitò quella strana storia dell'eredità di don
Puccio, ero proprio nello stato d'animo giusto per accettarla.
Don Puccio aveva ricchezze sterminate, e anche numerosi figli
e parenti. Da tempo soffriva di amnesie e forse di arterio-
sclerosi, e morì d'infarto all'improvviso, lasciando uno strano
testamento.
Le sue ricchezze principali andarono ai figli, altre a fratelli
e amici. Piccole briciole furono concesse a speciali condizioni
ai suoi concittadini.
Una di queste briciole era un pezzo di terra sperduto in mezzo
al deserto. Il Campo della Desolazione, lo chiamavano. Dicevano
che ci fosse un po' d'acqua, abbastanza per coltivarvi qualche
carrubo e un poco di miglio. Ma era terra arida e poco fertile
e l'acqua era comunque poca; avevano sempre trovato più
conveniente lasciarlo incolto.
Un giorno quel podere ingrato aveva conosciuto un breve momento
di celebrità. Vi era, al centro, una colonna rocciosa alta una
trentina di metri. Ai piedi di questa, il figlio più giovane di
don Puccio, ancora adolescente, insieme a un suo amico, aveva
trovato due piccole pietruzze verdi in una matrice inerte.
Erano pietre di un verde sporco, irregolari e tondeggianti, ma
i ragazzi, con la fantasia della loro età, avevano subito
immaginato che potessero essere smeraldi. E così li avevano
mostrati all'orefice della città, che li aveva esaminati e
aveva subito riso dell'ingenuità dei due ragazzi. Smeraldi!
Fosse così facile trovare gli smeraldi!
La notizia si era subito sparsa per la cittadina e non solo il
figlio minore, ma don Puccio stesso, era diventato, sulla bocca
di molti, oggetto di riso. Possibile che il figlio non avesse
mostrato quel "tesoro" al padre prima che all'orefice? E il
padre, che era proprietario di latifondi vastissimi, era anche
lui così sciocco? Si vedeva proprio che era solo un contadino
arricchito, più ignorante dei suoi mezzadri e dei suoi
braccianti.
E così, nel suo testamento, don Puccio aveva deciso di
vendicarsi. Quel terreno passava in eredità al primo che lo
avesse voluto, a condizione che ci abitasse stabilmente per un
anno intero, vivendo unicamente dei cibi che vi si potevano
coltivare. Se non c'erano gli smeraldi, l'acqua però c'era,
e la terra pure. Si sarebbe visto se tra quegli intelligentoni
che lo avevano preso in giro si sarebbe trovato qualcuno che
sapesse cavarsela!
A me l'idea di avere un ampio podere tutto mio mi parve subito
attraente. Capivo però perché nessuno si faceva avanti. Il
terreno non era poi particolarmente conveniente: era lontano
da ogni centro importante, arido, poco fertile, e non era mai
stato coltivato. Per attrezzarlo e migliorarlo si sarebbero
dovuti spendere più quattrini, forse, di quanti ne valeva. Già
senza le condizioni di don Puccio appariva poco interessante.
Quelle condizioni, poi, equivalevano a imporre una vita di
autentici stenti per un anno intero. Probabilmente il cibo non
sarebbe stato mai sufficiente. E' vero che don Puccio consentiva
tre mesi di scorte, per arrivare al primo raccolto, ma
probabilmente tre mesi non sarebbero bastati. Bisognava essere
preparati persino a soffrire la fame.
Solo la disperazione mi spinse a propormi. Non avevo lavoro,
non avevo amici o parenti in città, e la donna che corteggiavo
mi aveva appena respinto per la seconda volta. Partii con pochi
rimpianti e affrontai quello che fu, come previsto, un anno
durissimo.
L'acqua però c'era veramente, e il terreno, anche se poco
fertile, era vasto. Non era stato mai coltivato in modo
regolare, ma qualcuno, anni addietro, vi aveva piantato non
solo i carrubi, ma anche i mandorli. Trovai persino, già
scavati, un vecchio pozzo e qualche canaletto, nonché una
vecchia casa colonica con il tetto sfondato.
In questi cinque anni ho fatto molti progressi. Ho studiato a
lungo le piante che potevano crescere in quelle condizioni e
sono riuscito a coltivarne una ragionevole varietà. Sono
riuscito ad acquistare un trattore, che mi ha molto aiutato.
Ho costruito con le mie mani cisterne e canali. Ho riparato,
quasi interamente da solo, la casa colonica. Adesso il Campo
della Desolazione appare un luogo civile, nel quale è
possibile vivere una vita decente, anche se modesta.
Ma in questi anni sono accadute anche altri fatti di ben più
vasta portata, fatti inattesi e sconvolgenti, che hanno mutato
l'aspetto del Campo della Desolazione assai più profondamente
di quanto ho raccontato fin qui. A causa di questi fatti ho
deciso di tornare in città per una quindicina di giorni.
Non mi aspettavo di incontrare tra le prime persone proprio
Luisa. Era contenta di vedermi. I suoi occhi castani, scuri e
profondi, mi sono apparsi velati di una malinconia che prima
non c'era.
In questa cittadina di provincia accadono tante cose. Come
diceva lei, bisogna accettare dei compromessi. Di compromessi,
però, credo che ne abbia visti troppi. Il padre si è trovato
costretto a vendere il negozio - forse un giro d'usura, non so.
Il fratello è stato licenziato dalla ditta in cui lavorava per
aver criticato non so quale potente.
Adesso tocca a lei e alla madre mantenerli lavorando come donne
delle pulizie. E poiché qui tutti sanno tutto di tutti, le
pagano anche meno delle altre. Sanno che hanno bisogno e non
possono contrattare.
Avevo pensato che quando l'avessi rivista, l'avrei disprezzata.
Le avrei raccontato tutta la verità e l'avrei umiliata. Invece
al primo sguardo ho scoperto che la amavo ancora come una
volta. Per amor suo, ho taciuto quando la gente per strada mi
ha deriso chiamandomi "il padrone della miniera di smeraldi" -
quell'unico sciocco che ha accettato l'eredità di don Puccio.
E per amore non le ho rimproverato di accettarmi ora che anche
lei è povera e avvilita.
Ma non ho trovato la forza di dirle la verità. E' una bugia
anche il silenzio? Non oso guardare lo specchio quando mi
pongo questa domanda. Con il mio silenzio, le ho confermato
ciò che sa di me: che sono povero, ma coraggioso, che vivo
onestamente del mio lavoro, coltivando un pezzo di terra
arida e ingrata. E così volevo essere accettato da lei.
Ma è giusto che sappia la verità, e domani la saprà. Domani
vengono certi giornalisti a intervistarmi. Vogliono pubblicare
la mia storia. E domani dirò - a loro, a Luisa e ai miei
concittadini - tutta la verità.
Non so come la prenderanno. Ormai tutti si sono abituati a
quella bugia alla quale io devo la mia fortuna. La bugia di
un orefice disonesto che disse a due ragazzi sprovveduti che
avevano in mano pietre senza valore; e le comprò da loro per
due soldi.
Ci hanno creduto tutti: i ragazzi, don Puccio, Luisa, tutti i
cittadini, e io stesso. E l'orefice non ebbe mai il coraggio
di rivelare che aveva ingannato il figlio di don Puccio.
Solo per caso ho fatto analizzare quelle pietre da un altro
orefice di un'altra città. E ho scoperto di non essere più
povero. Perché ho ricevuto in eredità una miniera di smeraldi.