L'uomo
bianco salta sulla riva. Agita le braccia, forse saluta, forse chiama qualcuno.
È alto e magro, la sua pelle è arrossata sulle spalle. La
sabbia forma piccole buche sotto i suoi piedi nudi, formine nella fontana
di farina. Dietro di lui le palme schioccano al vento, le erbe si piegano
docili, abituate. Di fronte a lui il mare, chiaro come gli occhi di un
bambino. Una barca sta salpando l'ancora. Ombre si muovono su e giù
per la coperta, in controluce. Si spiegano le vele. La barca accelera,
appoggiata sull'onda. L'uomo la guarda, con le mani a coppa sui sopraccigli,
finchè non è che un puntino bianco che non si può
distinguere dalle creste, laggiù, al largo.
Al largo di Tobago Cays c'è
il Reef, la barriera corallina. Saliamo su piccole lance a motore, e ci
facciamo guidare attraverso lo stretto passaggio da barcaioli locali. Il
nostro, Sidney, è nerissimo, e porta un alto berretto di lana
colorata, lavorato all'uncinetto. Una via di mezzo tra una calotta e un
cappello da cuoco, o da vescovo. Scopriremo poi che dentro ci sono i suoi
lunghi capelli, divisi in mille treccioline naturali.
Si ferma nell'acqua bassa, a venti
o trenta metri dal Reef, prende un gavitello e ci guarda mentre ci immergiamo.
Ci sparpagliamo subito, avidi di panorami fluttuanti. Il mare è
mosso anche qui: bevo, mi affanno, mi ferisco un piede contro i coralli.
Pesci fosforescenti vengono a leccare il mio sangue.
Sangue nel cielo e lingue di fuoco
al tramonto: festeggiamo il capodanno alle sette, tra suoni di corni da
nebbia e strisciate rosse di razzi scaduti. Ai nostri schiamazzi rispondono
le altre barche. La baia di Mustique è piena di europei. Si canta,
si beve Berlucchi, si mangia la pizza appena fatta. È già
buio. Un gommone con un uomo a bordo si stacca da una barca. Una donna
guarda da un'altra parte.
Parte la musica, e con noncuranza
la donna grassa e nera muove i fianchi, mentre prepara gli hamburger. "In
Calore" sorride e accenna a un passo di danza. La mamie lo afferra e lo
trascina nel chiosco, dietro al bancone del bar. In cinque minuti tutta
la piazzetta davanti all'aeroporto è un ondeggiare di natiche, un
saltellare di piedi abbronzati, uno strusciare lascivo di corpi sudati.
Il funzionario della dogana, con i nostri passaporti in mano, fa volteggiare
Valeria. La vecchia cameriera cicciona sfrega il sedere sul pube
di Gianrocco, mentre la moglie filma con la telecamera e ride.
Ride l'onda frangente mentre si rovescia
su di noi. Spazza la coperta, allaga il pozzetto gorgogliando esultante
come la gola di un bambino scatenato. La barca si inclina appena, andando
al vento, ha un istante di incertezza, come se si volesse fermare, un urto
gentile ma inconfondibile. Abbiamo appena il tempo di insaccare le orecchie
nelle spalle, e arriva la doccia. La cerata si mette sempre un minuto troppo
tardi. Siamo fradici, ma non fa freddo, e le rispondiamo con urli di "ola".
Ha più di tremila miglia alle spalle, è arrivata fino a noi
sospinta dall'Aliseo, e ha deciso di rompersi proprio adesso, la bastarda,
proprio addosso a noi. Ma non è la prima, e neanche l'ultima. A
volte non te l'aspetti, e ti frega. Questa a momenti m'affogava:
bevo dal naso, sommersa, e vedo tutto bianco, annaspando e sputando salato.
Ma riemergo sempre, in un modo o nell'altro.
Nell'altro mondo "In Calore Di Bestia"
è agente immobiliare. In questo mondo cronista sportivo di concorsi
ippici. A capotavola, con voce nasale descrive gli stalloni e le giumente
sui cancelli di partenza, poi la sua concitata radiocronaca rotola verso
un ansante pronti via, e partiamo al galoppo picchiando ritmicamente le
mani sul tavolo del ristorante, patapum patapum patapum, ci incliniamo
tutti dallo stesso lato per le curve, nitrendo e sbuffando ai suoi comandi.
Gianrocco invece dev'essere primario
in un grande ospedale, Lupo, il nostro valoroso capitano, ha uno studio
di odontotecnico in Brianza e Topolone fa il mio stesso lavoro, anche se
non sembrerebbe.
E io? Di giorno sono la chioccia
che ripara i suoi pulcini sotto le ali della cerata. Di notte l'eccessiva
danzatrice del sedere al Basil di Mustique.
Mario e Martina sono gli unici che
fanno le stesse cose qui e a casa.
A casa Sidney non ci va quasi mai.
Tutto quello che gli serve è nella sua barca: bauli stagni pieni
di T-shirts da vendere ai turisti, pane fresco, e cocco, e ananas lunghi
mezzo metro, e banane. Le aragoste no, quelle le tiene chissà dove,
e le porta solo su ordinazione.
Abborda le barche ancorate, lancia
il suo largo sorriso insieme alla cima d'ormeggio, e scherza con tutti.
Nel suo piccolo, è un signore: contratta il prezzo con noi, ma si
vede che lo fa per divertimento, o forse perchè sa che ci aspettiamo
che sia così.
Quando cuoce le aragoste sulla spiaggia,
nei grandi pentoloni appoggiati sui falò, sembra un officiante di
un antica religione: avvolto nel vapore, gli occhi bianchi e neri, il sudore
che gli incorona la fronte di perle, i gesti precisi. Alla fine con un
colpo di machete le divide in due, e ce le porge perfette, ricomposte nella
loro forma come dietro la vetrina di Peck.
Qualunque cosa ti serva, puoi rivolgerti
a lui: accetta qualsiasi valuta e le più diffuse carte di credito.
Di credito abbiamo cinque ore. I
bambini non l'hanno smaltita, la differenza del fuso orario, e la mattina
si svegliano prima dell'alba. Mario verso le cinque e mezza comincia ad
accarezzarmi i capelli. Riesco a tenerlo buono per un'oretta. Martina apre
gli occhi alle sei, si gira e si rigira nella stretta cuccetta che ci dividiamo
in tre. Alle sei e mezza siamo già in pozzetto, sussurrando tra
noi per non disturbare gli altri. Tengo gli occhi ben aperti, li spalanco
per arraffare più colori. Verrà buona tra qualche giorno,
quando tornerò nell'inverno, e il cielo sarà di nuovo piccolo.
Piccolo e bruttino, con i calzoni
troppo larghi e la camicia trendy, il negretto che mi punta da quando sono
arrivata mi insegue nella calca, mi raggiunge e mi si appoggia. Non serve
cambiare posto fendendo la ressa compatta. L'unica sarebbe rifugiarsi sul
palchetto, con l'orchestrina. Ma mi manca l'anima della cubista, e sopporto
ridendo. Del resto la statura reciproca mi aiuta, anche se lui non demorde.
Margherita invece si volta e con gravità, scuotendo l'indice alzato,
dice al suo appoggiatore: No, thank you! Qui si balla alla rovescia: le
ragazze in lamè e treccioline voltano le spalle ai cavalieri, che
tenendole per i fianchi, se le applicano come un cataplasma semovente là
dove fa più bene, ondeggiando alla musica. Non capisco se sono io
demodè o se mi manca una chiave di lettura, ma la situazione mi
procura un lieve imbarazzo. Se almeno Marco non fosse rimasto in barca.
Se non avessi messo questo vestito troppo corto, troppo stretto e troppo
scollato, che non è neanche mio.
Però, non so. Forse è
stato meglio così.
-Così non combiniamo niente-
ammette Gianrocco, dopo aver tentato invano di tirar giù le noci
di cocco a sassate. Sono belle e invitanti, ma tanto in alto da farci pensare
che potrebbero essere acerbe. Sidney ci lascia fare per un po', fingendo
di rassettare la barca, poi a piedi nudi sale sul tronco della palma. Ne
butta giù una decina, e con il machete le libera dal mallo verde,
duro e lucido. Adesso sì che sembrano noci di cocco, marroni e pelose
come devono essere. Le prime sono tanto fresche che la polpa è molle.
Sono davvero acerbe, ma è così che le mangiano qui. Tagliando
un pezzetto di corteccia Sidney fabbrica una specie di cucchiaino, e ci
mettiamo in fila per assaggiare la primizia. Sa di poco, in verità,
e ha una consistenza gelatinosa che non ci fa impazzire. Meglio quelle
più mature, alle quali siamo abituati. Ci rimpinziamo come morti
di fame, sotto gli occhi divertiti di Sidney e dei suoi barcaioli. Ormai
non si stupiscono più di niente: lo sanno che è un po' bambinone,
l'uomo bianco.
(gennaio 99)