L’INVITATA

Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s'infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto, e questo non è il tuo letto. Cerchi di ricordare cos'hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l'interruttore della lampada sul comodino. Ma non c’è comodino vicino a questo letto, solo una mensola dietro la testiera. Lentamente ti alzi a sedere, il lenzuolo scivola scoprendoti il seno. Io e Paolo giacciamo ancora addormentati, l’uno accanto all’altra, i visi distesi, le fronti spianate, le espressioni serene: nel sonno innocenti.

Dopo tanti anni è successo di nuovo.

Non lo pensavi possibile, o forse l’avevi sempre saputo.

E’ inutile domandarsi ora se lo volevi veramente. E’ sciocco domandarsi se lo volevamo noi.

Ti soffermi per un lungo momento a guardare le nostre sagome inerti, poi ti alzi senza far rumore, cerchi tastoni i tuoi vestiti e camminando in punta di piedi per questa casa estranea se pur conosciuta, vai in cucina ad infilarti le tue poche cose senza disturbare, per uscire di scena in un sospiro, per non turbare la pace di queste mura.

Finalmente in strada respiri a pieni polmoni l’aria della notte quasi finita, e camminando piano verso la fermata del tram cominci a rilasciare i tuoi muscoli contratti.

Non c’è in giro nessuno. Il cielo impallidisce ad ogni passo. Non pensi. Non vuoi pensare. E’ giusto così.

Vuoi dimenticare.

Hai già cominciato a dimenticare. La sensazione ha i contorni sfocati come in una nuvola. Non sei già più sicura se tutto sia stato vero, o sono solo le fantasie del rimpianto. Eppure Paolo aveva preso la mia mano, e l’aveva appoggiata su di te. Ed io dopo pochi istanti l’avevo tolta, come se scottasse, ma poi l’avevo rimessa lì, quasi che una calamita mi stesse attirando verso un ferro rovente.

Ma devi dimenticare.

Il tram non arriverà. E’ troppo presto. Camminare fino a casa? Aspettare?

Nitide apparizioni lampeggiano, partendo dall’inguine belle e dolorose arrivano al cervello, si stampano nella retina, indelebili. Io chinata su di te. Paolo chinato su di te.

Basta. Scuoti la testa, sbatti le ciglia.

E’ meglio camminare. Svegliare i sensi al fresco dell’alba. Ascoltare i primi rumori della città che sbadiglia tornando alla vita. Odorare la brezza che sa di caffè. Ecco un bar aperto. Entri per affondare il più possibile negli stimoli esterni, per scacciare nel più profondo le visioni indesiderate che tuttavia cercano di emergere, si affollano alla coscienza, si spintonano davanti alla porta della tua mente, non vogliono restare chiuse dentro per sempre.

Però sai che puoi dimenticare.

Il barista ti osserva sottecchi mentre mescoli il tuo caffè. Ti accorgi della tua immagine riflessa tra le bottiglie. Per un momento non ti eri riconosciuta.

Hai davvero l’aria così sconvolta? I tuoi strani occhi, diversi tra loro per colore, uno con riflessi verdi e l’altro dorato, sono cerchiati e languidi per la notte insonne, i lunghi capelli castani, un po’ spettinati, escono a ciocche dalla coda: ma il piacere, l’eccitazione e l’appagamento si possono leggere sul viso?

A testa bassa metti sul banco i soldi contati ed esci rapidamente. Ti immergi di nuovo nella strada vuota. Camminare, sempre camminare. Vorresti essere inghiottita dal nulla. L’asfalto sotto di te avanza come un tapis-roulant. Cammini e non vai da nessuna parte. Viali alberati, giardini condominiali, portoni con lampadari accesi. Un tizio fischia al suo cane, in lontananza.

Finalmente una stazione della metropolitana. Scendi le scale di corsa. Un colpo d’aria solleva i lembi della tua leggera sciarpetta. Meccanicamente porti una mano alla gola, al ciondolo col cristallo di quarzo. Ma dov’è? Perso? Dimenticato? Come hai fatto ad uscire senza? Questo è certo un cattivo presagio. La tua bocca si piega all’ingiù, in una smorfia un po’ infantile.

Senza sapere come, ti trovi seduta in un vagone vuoto. I cartelloni pubblicitari scorrono rapidi, si alternano, nel finestrino di fronte, alle lunghe pareti nere. Le fermate si susseguono. I fantasmi dei nostri corpi avvinghiati e struscianti come un groviglio di serpenti si sovrappongono alle figure sfocate davanti a te. Sono li, che tu apra o che tu chiuda gli occhi.

Ma credi davvero di aver avuto un’influenza catastrofica sulle nostre esistenze? Di cosa hai paura, di amare o di essere troppo amata?

Scatti in piedi. Ti sembra di aver letto il nome della tua fermata, corri verso gli sportelli, che si chiudono inesorabili davanti a te. Il treno riparte, nel buio delle gallerie. Scorre veloce. Altri muri, altre stazioni, ma non si ferma. Cominci a picchiare i pugni sulle porte chiuse. Aiuto, aprite, possibile che non ci sia nessuno che deve scendere? Cerchi di infilare le mani nella fessura tra i battenti, ma sembrano sigillati, saldati. Non c’è una leva di emergenza? Il corridoio nero non finisce mai. Si spengono le luci nel vagone. Nessuno sentirà i tuoi urli disperati. Le mani ti sanguinano, le unghie si spezzano nel tentativo di aprirti un varco nel metallo indifferente.

Cadi in ginocchio davanti alle porte sbarrate, il cuore in gola, il sangue che romba nelle tempie. Ti manca il respiro. Ti senti soffocare. Boccheggi come un pesce e nessun suono esce dalle tue labbra secche.

Sei in un bagno di sudore quando riapri gli occhi, seduta sul tuo letto, nel buio della tua stanza, le mani tremanti davanti al viso.

 

Sono sveglia da un po’, ma faccio finta di dormire. Sento il respiro di Paolo sopra di me, è vicinissimo ma non mi tocca. Scommetto che mi sta spiando.

Me lo immagino, adagiato su un fianco, il mento appoggiato alla mano, l’espressione assorta: vorrebbe rubarmi i miei sogni più segreti, quelli che non gli racconterò. Cerco di resistere ma non ce la faccio quasi più: se mi sento osservata mi viene da ridere... Allora gli butto le braccia al collo alla cieca e lo stringo forte a me.

Rotoliamo per un po’ abbracciati, la sua folta barba mi solletica il collo.

- Come va?

- Perché, come dovrebbe andare?

- Bene!

- Infatti.

Mi sembra che sfugga il mio sguardo. Gli tengo ferma la faccia tra le mani. Lo fisso, lo costringo a guardarmi negli occhi e lo sottopongo all’interrogatorio rituale:

- Dimmi che mi ami.

- Ti amo.

- E che ami solo me.

- Amo solo te. E tu?

I suoi occhi limpidi dopotutto sostengono il mio sguardo senza incertezze: sono io che alla fine devo abbassare la testa.

- Ti amo e amo solo te.

Non importa se sappiamo entrambi che stiamo mentendo: è solo una mezza bugia.

Scacciando una vaga inquietudine, mi allontano, mi stiracchio allungando tutte le membra in un voluttuoso stretching mattutino, e sento qualcosa che mi graffia una caviglia. Faccio volare via le coperte, per vedere cos’è, incurante delle sue proteste.

In fondo al letto, seminascosto in una piega del lenzuolo, c’è un mucchietto metallico.

Mi infilo gli occhiali curiosa, e lo raccolgo: una sottile catenina d’argento si dipana sul palmo della mia mano, e c’è appeso un piccolo cristallo di quarzo.

Aprile 1997

 

Scritto per "Il Tacchino Letterario", incipit di Sossella.

 

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