La barca
bianca e celeste si stacca dal molo. Scivola veloce e sicura sull'acqua
calma. Intorno a me l'assolata inoperosità della domenica pomeriggio.
Windsurf stesi sulla riva. Tre signore in costume chiacchierano sullo scivolo
di cemento, con i piedi in acqua. I soliti sfaccendati, appoggiati al parapetto,
guardano le barche uscire o rientrare. Criticano le manovre lanciandosi
l'un l'altro sguardi di intesa, indossando l'aria di chi avrebbe saputo
fare molto meglio. La brezza leggera accarezza la mia pelle abbronzata
troppo in fretta, ma è un refrigerio ingannevole.
-Mamma, vorrei sistemare un po'
la mia camera.
Non ero sicura di aver capito
bene. Riordinare "spontaneamente" quella specie di retrobottega di rigattiere
che per abitudine continuavamo a chiamare camera di Martina?
Arrivata all'altezza del frangiflutti,
la piccola randa passa e la barca bianca e celeste accosta a sinistra.
La manovra ha solo una lieve incertezza, poi riprende la sua rotta. Non
lontano, un uomo con la muta e le bombole sta per immergersi. Siede sul
bordo di un gommone, dando le spalle all'acqua. Tenendo una mano sulla
maschera, si rovescia all'indietro e sparisce tra gli spruzzi.
Guardavo la fila di scatoloni
allineati in corridoio. Bambole, peluche, mobili in miniatura. E poi piattini,
pentoline, una cucinetta completa, perfino il cavallo a dondolo.
-Marti, ma sei sicura di voler
dare via tutta questa roba?
Mia figlia mi sorrideva bonariamente,
con la pazienza di quello che spiega a chi non vuol capire:
-Ne ho tenute quattro, le mie
preferite. Per ricordo. È tanto che non ci gioco più. Il
cavallo lo passo a Mario.
Cammino sulla banchina, per seguire
la barca bianca e celeste che costeggia il frangiflutti. Martina timona
bene, ci ha già preso la mano. La sua scia la segue bella dritta,
pulita. Eppure ha visto l'Optimist per la prima volta solo un'ora fa. Ha
esaminato le semplici manovre, abbiamo nominato insieme i pochi pezzi che
ne compongono l'armamento. C'è una sola vela, grande quanto una
tovaglia: ha una strana forma irregolare, con un albero così corto
da sembrare finto; la deriva è una tavola da inserire in una fessura,
che mi ricorda quelle scatole dove i prestigiatori fanno sparire le ragazze,
e poi ci infilano assicelle da ogni lato, per dimostrare che non c'è
trucco.
Il timone è un altro pezzetto
di legno incernierato fuori dallo specchio di poppa, e lo scafo poco più
che una cassetta della frutta: sembra la vaschetta dove le facevo il bagno.
Ci sta dentro giusto un bambino, da solo.
Avevo riempito la macchina di
scatoloni. Col caldo e la fatica, non pensavo neanche a quello che facevo.
Poi, il ragazzo che mi aveva aiutato a scaricare alla Cooperativa
aveva fatto tanto d'occhi, ghiotto, e non finiva più di ringraziarmi.
Facendomi schermo con la mano, la
sorveglio da lontano, strizzando un po' gli occhi per la luce (e per la
miopia). Sta entrando nella caletta dei gavitelli. La vela ben regolata,
sfrutta le raffiche per risalire il vento. Evita le barche ancorate, bordeggia
veloce, come se non avesse mai fatto altro nella vita.
Mi accorgo che sto mormorando: -Sì,
dai, brava. Adesso! Pronta a virare? Vira! Bene, tira il bordo ancora un
po'. Brava, vai così…-
Un signore, incuriosito, si mette
a fissare anche lui nella mia stessa direzione. Mi verrebbe voglia di dirglielo.
Ma invece tiro dritta: meglio di no.
Me ne ero resa conto solo tornando
a casa, la macchina svuotata.
La mia bambina. Quel fagottino
di due chili e poco che mi aveva guardata negli occhi, all'età di
cinque minuti, lasciandomi intontita dallo stupore.
Meno male che ero sola, così
non dovevo spiegare a nessuno le lacrime che mi venivano giù a goccioloni,
appannandomi gli occhiali. Potevo anche singhiozzare ad alta voce, protetta
dall'intimità della mia auto. E avevo tutto il tempo di ricompormi,
prima di arrivare.
Rasenta il pontile, con la mano libera
dal timone fa un saluto. Anch'io agito il braccio. Ha imparato proprio
bene. Da suo padre, da me, dagli amici. Ha fatto il suo tirocinio, uscendo
con noi e con gli altri bambini. La vela è un gioco. Lo è
anche per me. Ma in solitario è un'altra cosa. Quando sarai sola
sulla tua barca, nessuno ti dirà quello che devi fare.
Martina si volta verso di me. Io
annuisco, e le faccio un gesto con il braccio, enfatico, teatrale, per
indicare il mare aperto. Riesco ad immaginare il suo sorriso. Poi fa un'altra
virata, e dirige verso il largo.
Domaso, 29 luglio 1998