Luna di notte
-È l'una di notte, vedrai, ormai non viene più.
-Mah, tu non lo conosci... Comunque fa niente. Vieni qui, abbracciami.
Ci buttiamo sul letto, e in mezzo ai baci ci slacciamo i vestiti. Senza fretta.
Non è la prima volta, ma la prima notte sì. Una notte tutta intera. Tutta per noi.
L'albergetto decrepito, ma pulito. La neve primaverile, fuori. Una sciata nel bosco, col sole caldo e gli impianti quasi vuoti. Avrebbe potuto essere un giorno perfetto. Ma mio padre era stato irremovibile:
-A dormire no! Se vuoi vai in giornata, ma alla sera devi tornare a casa.
Non mi ero messa a piangere, al telefono, ma avevo pregato, supplicato:
-Gli altri non torneranno solo per me! Come faccio a rientrare da sola, con la borsa, e gli sci, e gli scarponi...
-L'ultimo pullman arriva alle nove. Se non ci sei, ti vengo a prendere.
(Ma no, vedrai che non verrà. Figurati se si fa centosessanta chilometri solo per impedirti di passare la notte fuori. E poi, sei già maggiorenne.
Magari ti tiene in casa per due mesi. Ti taglia i viveri per sei mesi. Ti fa lavare i piatti per tutta la vita.
E se viene?)
-Aspettiamo ancora un po', amore mio.
-Se viene, tu resti qui. Con me. Che se ne torni a Milano da solo.
-Sì, abbracciami.
Il rumore di un auto nella notte. Lo scricchiolio della ghiaia nel parcheggio. Il silenzio del motore spento.
-Dio, Marco. È lui.
Ci rivestiamo in un lampo. Bussano alla porta.
-Apri!.
Silenzio
-Apri immediatamente.
(Vorrei nascondermi sotto il letto).
La porta trema per un colpo, forse un pugno.
-Allora apri?
-No!
-La facciamo all'inglese o alla terrona?
Con il cuore nelle orecchie giro la chiave.
C'è mio padre, e mia madre e l'albergatore in ciabatte e vestaglia.
Hanno svegliato pure i nostri amici, nell'altra camera. Ma non hanno voluto uscire. 
Vigliacchi.
-Lei non viene a casa. Avete fatto un viaggio inutile. Lei resta qui con me.
I miei uomini si fronteggiano. Marco, bellicoso, è rosso per la rabbia.
Mio padre invece è pallido. Livido.
-Bianca, prendi la tua roba e andiamo.
-Ma papà, ma perché? Perché sei venuto? Ho ventun anni, lo sai che non puoi obbligarmi...
-Ventun anni un cazzo! Se non vieni, a casa non ci metti più il piede.
Mia madre tace. Mi supplica con gli occhi.
Mi aspetto che da un momento all'altro comincino a tirarmi, a trascinarmi fuori di peso.
L'albergatore cerca di mettersi in mezzo, appoggia una mano sul braccio di mio padre, e poi su quello di Marco, per calmarli, o forse solo perché abbassassero la voce.
-Resta!
-Vieni!
-Resta!
-Vieni!
E cosi' per un paio d'ore, ognuno ripetendo le stesse cose, e io in mezzo, disperata, senza sapere che fare.

Si può amare di più con la ragione che con il cuore?
Eravamo studenti, senza una lira. L'idea della fuga era molto romantica, allettante: noi due sempre insieme, subito.
Ma io guardai più lontano.
Sulla strada del ritorno la luna brillava, con quel suo faccione tondo e un po' beota. 

(9/11/98)