Lascio
ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano.
(J.L.Borges)
La ragazza si muoveva piano sopra
di lui. Teneva il busto eretto, appena un poco inclinata, i capelli spioventi
le nascondevano parte del viso, ma non gli occhi. Grandi, enormi occhi
che lo fissavano. Immobile, subiva il piacere in silenzio, agganciato allo
sguardo di lei. Gli occhi, troppo grandi quegli occhi. Vergognosamente
aperti, spalancati. L'iride blu, attraversata da pagliuzze d'oro. La pupilla
dilatata. La cornea arrossata. La cornea venosa. Poteva vedere il sangue
pulsare ritmicamente a ogni spinta pelvica. Non riusciva a voltare la testa,
inchiodato al cuscino. Lei era sempre più piccola, era solo
occhi. Umidi, osceni. Un getto di sangue si rovesciò su di lui,
sgorgando da quegli occhi maligni.
Urlò, e urlò, finché
il suono della sua voce non lo riportò in vita, lasciandolo sfinito
in un magma di lenzuola viscide e aggrovigliate.
Un dolore acuto alle tempie gli
sollevava ondate di nausea a ogni movimento. Si alzò dal letto con
precauzione, andò in bagno e appoggiò la fronte allo specchio
per cercare un'illusione di frescura. Aprì due bustine di Aulin
e le versò in un bicchiere d'acqua, mescolando la soluzione con
il manico dello spazzolino da denti. Tornò in camera al buio, e
si rannicchiò sulla poltrona, la fronte stretta tra le ginocchia.
Davanti alla porta di casa, con i
sacchetti della spesa appoggiati a terra e una pila di posta in mano, Clara
stava cercando le chiavi, che non erano mai nella tasca dove le aveva messe,
quando sentì il telefono suonare. Sibilando un'imprecazione tra
i denti affrettò la perquisizione palpandosi dappertutto.
Finalmente riuscì a entrare,
impedendo con una mano che la gatta, in agguato nello spiraglio della porta,
scappasse fuori e raccogliendo con l'altra mano i sacchi del supermercato.
Corse a sollevare la cornetta prima
che l'eco dell'ultimo squillo evaporasse nell'aria greve della casa.
- Pronta!
- Clara?
- Uff, ciao Luisa, sono arrivata
adesso.
- Ho bisogno di un piacere. Hai
fatto una corsa?
- No, cioè sì. Dimmi.
- Questa sera c'è l'inaugurazione
della mostra, ma non ce la faccio ad arrivare prima delle dieci. Non è
che tu potresti?
- Ma Isa, lo sai che io odio...
Uffa, a che ora?
- Sarebbe alle sette e mezza. Mi
basta che stai lì un paio d'ore, non occorre che mi aspetti.
- Ma sei scema? Non ce la faccio,
sono entrata in casa adesso, sono sudata come un cammello, ho tutta la
spesa da sistemare e...
- Clara, è a tre minuti da
casa tua, dai. Il rinfresco è di Martesana, almeno ti puoi abbuffare.
- Ci provo, ma non garantisco. Chi
c'è?
- I soliti stronzi, chi vuoi che
ci sia? Forse c'è anche il pittore. Se ti chiedono di me, digli
che sono uscita un attimo.
- Eh già, grazie mille...
Adesso lasciami andare, se non vuoi che mi presenti in mutande.
Sparpagliando una scia di indumenti
sul percorso dal soggiorno al bagno, Clara entrò nella doccia, con
la gatta che cercava di catturarle le gambe attraverso la tenda.
- Venti minuti. Ce la faccio a mettere
via la spesa? Almeno i surgelati. Piantala, Zorba, che ti bagni tutta.
Parlava sempre a voce alta quando
era sola, e a volte anche quando non lo era, il che le procurava occhiate
imbarazzanti, specie sui mezzi pubblici.
Era alta, capelli chiari lunghi
e grandi occhi che cercava di mettere in risalto, per nascondere i difetti
del suo viso tondo e non troppo regolare. Non sarebbe passata comunque
inosservata, ma questo lei non lo sapeva.
Ancora trafelata - Ma perché
devo sempre correre?- arrivò alla mostra alle sette e quaranta.
Entrò nel portone di legno
che dava su un cortiletto pieno di fiori, pavimentato a ghiaia, e trottando
in punta di piedi per non affondare con i tacchi, entrò nella sala.
- Meno male, non c'è ancora
nessuno.
- Nessuno?
La voce alle sue spalle l'aveva
fatta sobbalzare. Si voltò preparando il suo sorriso professionale,
ma le mancò la parola quando lo vide. Era scivolata dentro quegli
occhi e ci si specchiava, come in un mare ventoso, in un bosco profumato
o qualcosa di dolce e buono: fragole con la panna?
- Mi ha fatto quasi paura.
Riuscì appena a sussurrare.
- Mi hai fatto quasi paura, volevi
dire.
Lui inclinò la testa strizzando
entrambi gli occhi. Che voce calda e profonda aveva.
Per nascondere il turbamento Clara
si affrettò a riprendere la conversazione. Doveva dire qualcosa,
subito, prima che se ne andasse, che le voltasse le spalle e fosse perduto
per sempre.
- Sono in ritardo pazzesco non ho
ancora guardato i quadri devo fare da padrona di casa sostituisco
una mia amica che ha organizzato la mostra ma è stata trattenuta...
Mitragliò tutto d'un fiato.
- Nemmeno io li ho visti - la spinse
delicatamente per un braccio - facciamo un giro insieme.
Ancora incredula per quel contatto
che le bruciava, si lasciò guidare.
Camminarono in silenzio lungo le
pareti del salone. I quadri, diversi tra loro per colore e dimensione,
sembravano ritrarre tutti lo stesso soggetto, un volto stilizzato con la
bocca aperta e gli occhi sproporzionati e grandi, a volte rappresentati
come spirali, a volte come pozzi senza fondo.
I visitatori entravano a gruppetti,
e sembrava fossero molto interessati al buffè di Martesana.
- Ti piacciono questi quadri?
- Non so, di arte ne capisco poco.
A te piacciono?
Li aveva guardati, ma non li aveva
visti. Era interessata a qualcos'altro, e il mondo esterno le scorreva
intorno senza toccarla.
Lui la riportò alla realtà:
- Perché invece non ce ne
andiamo via di qui?
- Veramente non potrei, te l'ho
detto. Però, se mi lasci fare una telefonata...
Cinque minuti dopo erano seduti
in macchina, e mentre lui guidava Clara si rese conto che non gli aveva
nemmeno chiesto come si chiamasse. Non solo aveva bidonato Isa, ma se ne
stava andando verso chissà dove con un perfetto sconosciuto, soltanto
perché l'aveva stregata con quegli occhi a calamita. In verità,
anche il resto non era niente male, aveva avuto il tempo di notarlo man
mano che riprendeva un minimo di controllo. Appena l'avesse visto Isa avrebbe
capito: non poteva lasciarselo scappare.
- Sono scema.
- Come?
- No, niente, volevo dire che mi
chiamo Clara, e tu?
- Michele Donati
- Nooo... Davvero? Perché
non me l'hai detto subito? Hai piantato tutti là, e se c'era qualche
cliente danaroso? E i critici? Il gallerista te la farà pagare...
- Chissene. Io le odio, le mostre.
- Anch'io, ma non dovrei dirlo....
- Preferisco le bionde.
Concluse lui ridendo, e la guardava
in modo inequivocabile.
Lei si dava pizzicotti di nascosto
per assicurarsi di essere vera.
Parecchie ore e parecchi bicchieri
di vino dopo, parlavano e ridevano sotto casa di Clara come se si fossero
conosciuti da sempre, interrompendosi tra loro, fingendo di litigare e
prendendosi in giro.
- Perché invece di stare
qui non saliamo da me a bere ancora qualcosina?
- Grazie, pupa, non bevo.
- Seeeee!
- No, è un po' tardi, magari
un altra volta.
Scese per aprirle la portiera con
un inchino, e prima che potesse rendersene conto, le aveva sfiorato
le labbra con un bacio e l'aveva spinta dentro il portone.
Entrò in casa saltellante,
e strinse tra le braccia la gatta, che l'aspettava sulla porta.
- Zorbetta, ti devo raccontare cosa
è successo stasera. Ho incontrato un uomo. Ma più che
un uomo, l'uomo. È diverso dagli altri, l'ho capito subito. Peccato
che non ha voluto salire. Forse però è buon segno. Che ne
dici?
La gatta, facendo le fusa, le diede
un colpetto con il muso, e si strofinò contro di lei.
- Hai ragione, è buon segno.
Tu sì che te ne intendi.
Guidava contratto, le mani strette
sul volante. Non aveva sonno. Non voleva tornare a casa. Non voleva incontrare
i suoi incubi. Vide una donna alla fermata del tram. Rallentò e
le si accostò, abbassando il finestrino:
- Dove devi andare? Sono le tre,
non ce ne sono più di tram.
La ragazza guardò dentro
l'auto. L'uomo aveva i capelli lunghi e scarmigliati, ma sembrava un tipo
a posto. La macchina era pulita e lucida ed era vero, forse non c'erano
più tram. Così aprì la portiera e si sedette. Sempre
meno rischioso che stare lì, con i tossici in giro che per un orologio
son capaci di tagliarti la mano.
Gli diede l'indirizzo. L'auto si
fermò sotto il suo portone, e stava già ringraziandolo per
il passaggio, quando uno scatto bloccò la chiusura centralizzata.
La guardò dolcemente, le
carezzò una guancia. Lei gli sorrise, disse che doveva andare, che
era tardi. Lui le scostò i lunghi capelli, le prese il viso tra
le mani, incurante delle sue proteste. Le mani forti e calde sul suo collo.
Stringeva, lei aveva la bocca aperta, ma non si sentiva alcun suono. Lui
stringeva, e lei lo guardava con quegli occhi grandi, iniettati di sangue.
Quanto erano grandi quegli occhi.
Appena arrivata in ufficio, Clara
telefonò a Luisa:
- Ehi, sei sveglia?
- Stronza! Dov'eri finita?
- Scusami, sono un mostro. Mi vergogno
di me stessa. Non sai cosa mi è capitato. Ho provato a chiamarti,
ma non c'eri. Ho conosciuto una persona. Ci vediamo nell'intervallo? Mi
perdoni? Ti prego... Ho bisogno un favore. Mi devi portare qualche notizia
su Michele Donati. Voglio sapere tutto quello che ha fatto dal battesimo
fino a ieri sera. Pronto Isa, sei ancora lì?
- Sì (sbadiglio) Ma che ore
sono?
- Le nove e dieci, perché?
- Mi sembra di essere appena andata
a letto. Va bene all'una al baretto?
- Sei una santa donna!
- Seee...
Ma Clara aveva già riattaccato.
E passò la mattinata canticchiando a bocca chiusa, senza rendersene
conto.
Luisa andò all'appuntamento
in ritardo, ma si fece perdonare l'attesa con un bel curriculum artistico
e personale, mostre itineranti e matrimoni falliti compresi.
- Ma allora è proprio così
figo 'sto pittore?
- Ma non l'hai visto? Più
che figo. Fichissimo!
- Dici così tutte le volte.
Comunque l'ho visto.
- Allora?
- Mmmh, carino.
- Maddai, carino? Ma se è
spaziale! Guarda, per me è la volta buona: lo sento.
- Colpita e affondata, allora.
- Affondata non so. Colpita di certo.
Comunque stasera ci vediamo ancora. Appena me la chiede, io glie la do.
Ma lui non glie la chiese, e nemmeno
la sera dopo, e quella successiva, per molte, molte sere. Le parlava di
arte, di teatro, di letteratura. Lei lo ascoltava incantata, gli raccontava
tutto quello che faceva, e aspettava. Lui la accarezzava, la coccolava,
la baciava, e quando arrivavano al momento che lei avrebbe giudicato più
propizio, in un modo o nell'altro riusciva a svignarsela con classe, lasciandola
lì rimescolata e confusa.
La notte, a casa, lisciando
la gatta le chiedeva: - Ma secondo te, perché non mi vuole? Sarebbe
così facile. E invece niente. Non riesco a capire. È un mistero.
La sua vita è tutta un mistero, non mi racconta mai niente di sé,
quello che fa, con chi lo fa. Se lo interrogo cambia discorso. Avrà
un'altra? Ma come? Se da due mesi siamo usciti tutte le sere. Mi fa diventare
matta. Domani sera gli salto addosso io, e vediamo se scappa ancora. Faccio
bene?
- Ron ron ron
La primavera intanto spargeva i
suoi profumi, e Clara vedeva il cielo un po' più limpido, gli alberi
un po' più fioriti, e la città un po' più colorata
degli altri anni. Una sera, durante gli interminabili saluti in macchina,
sotto casa di lei, lo guardò seria, gli prese la mano e trovò
il coraggio di dire:
- Andiamo su.
- Cos'è, un ordine?
- Sì.
Lui abbassò la testa, e senza
guardarla rispose, dividendo bene le parole:
- Clara, preferirei di no.
- Ma che differenza fa? Mi sembra
infantile, stare qui a pomiciare in macchina come due ragazzini.
- Clara, non insistere. Ti prego.
Forse è meglio che non ci vediamo più.
- Ma cosa dici? Ma perché?
Hai un'altra?
Lui era sceso, le aveva aperto la
portiera, e aspettava, stringendo le mascelle. Clara aveva gli occhi pieni
di lacrime, non avrebbe potuto aggiungere altro. Entrò, sbattendo
il portone.
Ripartì facendo fischiare
le gomme, e tirò le marce in un ruggito rabbioso. Imboccò
la superstrada deserta, e per dieci minuti non alzò il piede dall'acceleratore.
L'aria umida e fredda entrava come un fiume dai finestrini aperti, facendolo
rabbrividire. Si vedevano dei fuochi, in lontananza. Rallentò, accostò
e fece salire una signora dai capelli lunghi e dalla gonna corta.
Parcheggiò in una piazzola
poco lontano, e dopo averla pagata, le accarezzò il collo a lungo,
circondandolo con entrambe le mani bianche e forti.
Poi la fece scendere, incurante
alle proteste di lei, e tornò a casa.
Passata una settimana a guardare
il telefono, con l'illusoria convinzione che sentendosi osservato si sarebbe
messo a suonare, Clara si disse che voleva chiarire questa faccenda, in
un modo o nell'altro. L'oggetto del suo desiderio si era reso irreperibile,
e forse non era mai nemmeno tornato a casa: l'aveva aspettato per ore davanti
all'indirizzo che le aveva fornito Luisa. In galleria non si era visto
da giorni, ma questo era normale, collimava con il suo personaggio di orso
eccentrico che rifuggiva gli obblighi mondani del suo lavoro.
- Qui bisogna muoversi scientificamente.
Non può nascondersi in eterno. Ogni tanto dovrà pur mangiare,
dormire, fare quello che fanno tutti.
Illuminata da un'idea formidabile,
raccolse la faccia più tosta tra quelle che aveva a disposizione
e andò, senza annunciarsi, a casa di Luisa.
Rimase un minuto con il dito alzato,
prima di suonare il citofono. Non s'era fatta più viva, e se ne
vergognava un po'. Ma gettò indietro i capelli: - E dai, a cosa
servono le amiche?
- Isa, sono io. Posso salire?
- Clara? Uau, se tornata dalla Cina
a piedi?
- Dai, non fare la scema, apri.
Al secondo caffè Luisa
aveva smesso di punzecchiarla, e insieme stavano valutando i pro e i contro
dell'operazione. Non sarebbe stato troppo difficile conoscere la banca
e la filiale dove Michele aveva un conto, e frugando tra i documenti della
galleria avrebbero potuto sapere anche quando sarebbe stato venduto il
prossimo quadro. Michele non aveva una segretaria, e molto probabilmente
sarebbe andato di persona a versare l'assegno. Il problema era che avrebbe
potuto aspettare giorni e giorni prima di portarlo in banca, costringendo
Clara a un lungo e noioso appostamento.
Isa cercò di convincerla
a combinare una riunione fingendo un acquirente, ma su questo Clara fu
irremovibile: non voleva forzarlo a incontrarla. Doveva solo scoprire le
ragione del suo comportamento, voleva capire. Per questo avrebbe dovuto
sorvegliarlo senza essere vista. Era certa che un pizzico di fortuna l'avrebbe
aiutata. Si fece prestare uno scooter e un casco, e si preparò a
una lunga attesa.
Due giorni dopo arrivò la
telefonata di Luisa:
- Va forte, il tuo artista: oggi
ne ha venduto un altro. Non so come gli abbia fatto avere l'assegno, il
capo ultimamente è diventato piuttosto misterioso. Ma sono riuscita
a emetterlo in data di giovedì scorso: se non vuole lasciarlo scadere,
dovrà darsi una mossa.
- Isa, sei una dea. Ti devo tutto,
chiedimi quello che vuoi...
- Già te lo chiedo, non te
ne eri accorta? Piuttosto, stai attenta con la mia Liberty, che l'ho appena
ritirata dal carrozziere, e portati il cellulare.
- Si mamma. Baci mamma.
- Scema.
- Cretina.
Con la giacca a vento di piumino
e i capelli raccolti nel casco integrale, Clara si preparava alla sua investigazione.
Aveva mandato un certificato medico in ufficio, e per i prossimi cinque
giorni poteva dedicarsi a questa partita. Nelle ore di noia davanti alla
banca cercava di immaginarsi gli spostamenti di Michele. Ci girava intorno,
ma il suo timore era che avesse una relazione seria. Non riusciva a capire
perché avrebbe dovuto mentire su questo, ma l'avrebbe scoperto.
Finché, dopo due mattinate
spese a sbadigliare, fu l'accelerata del battito cardiaco ad avvisarla
che un'auto, la sua, aveva rallentato per poi arrestarsi davanti alla banca.
Lo guardò entrare da lontano,
e cercò di concentrarsi sulla moto da accendere.
Pochi minuti dopo cominciò
l'inseguimento. Michele visitò due negozi di belle arti, entrò
in una pasticceria e in un portone di Corso Buenos Aires, uscendone quasi
subito. Clara si segnò l'indirizzo, domandandosi se tutto questo
avesse un senso.
Poi imboccò la superstrada
verso Lecco. Lo scooter di Luisa era potente, ma anche al massimo
non riusciva a stargli dietro. Clara si sentì presa dal panico,
quando lo vide scomparire dietro un curvone.
Ma dopo un chilometro una serie
di cartelli segnalava lavori in corso, e Michele era stato costretto a
rallentare. Usciti dalla superstrada non ebbe più problemi a seguirlo
per stradine secondarie, finché lo vide fermarsi davanti al cancello
di una villetta.
- Un rifugio segreto, ecco dov'era
sparito.
Lo lasciò entrare, proseguendo
la sua corsa fino a scomparire dalla visuale della casa, poi spense il
motore e tornò indietro a piedi, senza togliersi il casco. Sbirciando
tra le foglie della siepe, vide che apriva il portoncino con le chiavi,
quindi forse non c'era nessuno ad aspettarlo. Rimase incollata al ligustro,
seguendo le luci che vedeva accendersi nelle varie stanze, immaginando
Michele che si rilassava, Michele che si preparava da bere, Michele che
mangiava qualcosa da solo. Intanto era scesa la notte, e protetta dal buio
si sentiva meno vulnerabile. Cominciò a domandarsi se non avesse
fatto una sciocchezza. Cosa poteva capire, stando lì fuori a spiare
un uomo in casa, solo? Ma non si risolveva a tornare: la sagoma di lui
che si spostava nella casa la teneva lì inchiodata.
- E se andassi a suonare il campanello?
Magari mi manda via, ma forse mi accoglie e tutto ritorna come prima. Forse
si era stancato di me. O forse non gli sono mai piaciuta sul serio.
Aveva freddo, e ora anche fame.
Quanto sarebbe rimasta lì fuori?
Le luci della casa si spensero a
una a una.
- Sta andando a dormire. Devo tornare
anch'io. Vita da ritirato, presto a letto presto in piedi: chi se l'aspettava?
Mi sa che non c'è niente da capire. Devo solo togliermelo dalla
testa. Ha ragione Isa.
Stava per abbandonare il suo punto
di osservazione, quando si accese una luce nel patio:
Michele stava entrando in macchina.
Clara, cercando di sciogliere i
muscoli anchilosati, corse verso lo scooter, e mentre lui usciva dal cancello,
lo accese e si preparò a un nuovo inseguimento.
Andarono verso Lecco, e girovagarono
per strade secondarie, per viali deserti, sembrava che Michele non seguisse
un itinerario diretto in un luogo preciso, ma che girasse a caso, senza
meta. Clara riconobbe una fontana davanti alla quale era certa fossero
già passati, e questa coincidenza le procurò una strana sensazione
di disagio.
Non sapeva su quanta benzina potesse
contare, e stava pensando di nuovo di abbandonare la caccia, quando l'auto
di Michele si fermò. Per un istante temette di essere stata scoperta,
ma vide che la portiera si apriva, e qualcuno stava salendo.
- Ah, ecco, aveva un appuntamento,
ma non si ricordava bene dove.
Dopo nemmeno due chilometri erano
di nuovo fermi. Non sembrava ci fossero case nei paraggi. Clara si fermò
non troppo distante, nascondendosi dietro un muretto a secco che
costeggiava la curva.
- Ma allora ha proprio il vizio
di parcheggiare. Con tutta quella villa libera, se ne stanno lì
al freddo? E io che non posso neanche avvicinarmi. Ma se potessi, guarderei
dentro? Cos'altro mi interessa sapere? Basta, me ne vado. Non starò
qui finché hanno finito. E poi, finito cosa? Magari, anche con lei...
Ma la portiera del passeggero si
apriva. E qualcosa rotolava fuori. Qualcosa di grosso. Un sacco. Un corpo.
Era abbastanza vicina per scorgere lunghi capelli, sparsi lì intorno.
Michele era ripartito velocemente,
e le sue luci di posizione erano due occhietti rossi che si allontanavano
nella bruma.
Si tolse il casco, e corse verso
il fagotto abbandonato al lato della strada. Sentiva un suono acuto nelle
orecchie. Un ronzio, un sibilo a volume lancinante. Si doveva tenere il
mento con la mano perché batteva i denti e non riusciva a fermarsi.
Il crocchiare delle sue mascelle le era insopportabile.
Rovesciò il corpo, scostò
i capelli dal viso: due occhi enormi, rossi e strabuzzati, due spirali
insanguinate, due pozzi senza fondo la fissarono al chiarore della luna.
Si lasciò urlare, due, tre volte e poi si mise una mano sulla bocca
e rinculò fino allo scooter, senza riuscire a distogliere lo sguardo,
come se la morta potesse alzarsi all'improvviso, e andarle incontro.
Senza sapere come riuscì
ad accenderlo, e con ancora il casco infilato nel braccio partì
con un sobbalzo. Aveva nella testa una specie di nebbiolina azzurra, e
nelle orecchie un ululato che non smetteva di perforarle i pensieri, nonostante
il vento gelido che la schiaffeggiava.
Quando credette di essersi allontanata
abbastanza, si fermò e spense la moto. Si sedette per terra, cercando
di riattivare la sua volontà.
- Devo chiamare la polizia. O forse
un'ambulanza.
Palpandosi tutte le tasche cercò
il cellulare.
- Ora chiamo qualcuno. Ora chiamo...
Chi chiamo? No, la polizia no. Chiamo Isa, ecco. Isa? Pronto Isa? Ci sei?
Eddai rispondi... Isa, ciao sono io.
- Clara? va tutto bene?
- Si, credo. Dove sei?
Si sentivano voci e risate, il segnale
era forte ma disturbato.
- In giro. Tu, piuttosto. L'hai
trovato? Hai scoperto il mistero del mariuolo?
Guardò la strada che si dissolveva
nella notte. Le lacrime le scendevano sulle guance. Si asciugò col
dorso della mano. Tirò su col naso. Non c'era più tempo per
pensare.
- Pronto? Non ti sento. Clara, sei
ancora lì?
- ...
- Clara?
- Sì, sono qui. Sono ancora
qui. È andata male, Isa, c'è poco da raccontare. L'ho perso.
Purtroppo.
15 Aprile 1999
Io volo da sola
Lo so. Sono un'incosciente. Non sono
sicura di essere pronta eppure sono qui. Ma se non ci provo, non saprò
mai se è arrivato il momento.
Arrivo al capannone nel primo pomeriggio.
Ho sparso accorte bugie, per garantirmi qualche ora di irreperibilità.
Il signor Pietrone mi aiuta ad agganciare
il carrello alla macchina, ma solo quando sono sul viale, prima di aprirmi
il cancello, mi chiede:
-E il marito?
-Mi raggiungerà al campetto...-
mento, guardando al di sopra della sua spalla.
Guido con prudenza esagerata, attenta
a ogni piccola buca, per i cinquecento metri che mi separano dal nostro
prato.
Prima di tutto la manica a vento.
Pianto il paletto, e la stoffa bianca e rossa pende molle, rassicurante.
Poi scarico l'aereo dal carrello,
e apro i montanti delle ali. Senza fretta e senza pensare a niente le mie
mani ruotano tubi, avvitano bulloni, infilano stoffa, controllano dadi.
Una sequenza di operazioni automatiche che potrei svolgere a occhi
chiusi.
Manca solo la miscela, e ho finito.
Mi siedo sull'erba, accendo una
sigaretta e guardo l'aereo. Sono pronta? La mia mano trema un po', ma non
ci faccio caso.
Un altro giro ai bulloni, daccapo.
Fa freddo. Non importa.
Indosso la tuta, e il casco, e i
guanti imbottiti. Spingo l'aereo nell'angolo più sopravvento. Sono
pronta? Mi siedo a sinistra, questa volta: il posto del pilota è
mio. Un respiro profondo, e tiro la cordicella.
Il motore ruggisce al primo colpo,
e una ventata dall'elica mi investe. Tengo il piede sul freno e do un po'
di gas, per farlo scaldare.
Un giro di prova con gli occhi:
anemometro, contagiri, altimetro, variometro.
Un altro respiro. Dai, questa è
la parte più facile. Giù la manetta. Uno due tre, mollo il
freno. Scatta in avanti, poca cloche a cabrare, tiro su il ruotino.
Contagiri, anemometro, variometro,
altimetro. Quaranta, quarantacinque, settanta, ottantacinque... Novanta
all'ora? Ma se non siamo ancora a metà pista? Lascialo andare, non
tenere il braccio così duro. Molla un po' la cloche. L'aereo sale
a candela. Cazzo, ma che succede? Anemometro, variometro, altimetro. Sessantacinque,
cinquanta. Rimettilo giù, che vai a stallare. Ma cos'è, un
otto volante? Calma. Respira. Respira. Livella. Ma perché è
così nervoso? Anemometro, variometro, altimetro. Togli un po' di
motore. Livella a cento metri. Calma. Sono tutta sudata. Non mi sembra
il mio aereo. È schizzato su come un razzo. Madonna che spavento.
Vado su e giù come una mosca morta. Stai ferma con quella mano.
Tienilo a sessanta all'ora. Livella. Livella tu, cazzo! Come mai è
andato su così subito? Come mai basta sfiorarlo che salta come una
cavalletta? Calma. Fai un giro largo. Riprenditi. Ho le pulsazioni sul
rosso. Perché sbanfi, hai fatto le scale di corsa? Sì, fai
anche la spiritosa. Chi lo porta giù adesso sto robo. Se mi viene
bene mi schianto a trecento metri dalla pista. Io non lo porto giù.
Va bene, allora stai su. Quanta miscela abbiamo? Un'ora? Un'ora e venti?
Prima o poi devo scendere, lo so. Ma ora è meglio riprendere il
controllo dei nervi. Mi devo calmare. Vado un po' dritta così, mi
lascio portare. Non c'è vento, sto bassa, seguo l'autostrada, così
non mi perdo. Guardo la mia ombra scivolare sul paesaggio invernale, con
le chiazze di neve che macchiano i campi marroni. Le cime degli alberi
scorrono sotto di me, i rami appuntiti mi indicano, come dita accusatrici.
Ma chi me l'ha fatto fare? Gli hai rubato l'aereo, sei venuta qui di nascosto
come una ladra, e adesso ti lamenti. Rubato è una parola grossa.
È anche mio, in fondo. Ma perché quando me lo chiedeva lui
ho sempre detto di no? Perché non ti sentivi pronta? Chi può
dirlo. Ecco il casello. Guardali là, tutti in coda, uno addosso
all'altro. Lumaconi! Come brillicano quelle macchine. Sembrano gocce di
rugiada, sembrano perline colorate, tutte infilate in una collana luccicante,
sembrano le biglie sulla pista di terra e sassolini, nel giardino dell'asilo.
Non è che non mi sentivo pronta. È che con lui non vale.
Io volevo andare. Io volevo volare da sola. Non come gli altri, attaccati
al guinzaglio, con lui sulla pista a guidarli via radio, come pupazzi telecomandati.
E invece si vede che ho sbagliato e non ero pronta. Adesso gli rompo l'aereo,
e mi faccio pure male. Che cretina che sono stata. Eppure ho fatto tutto
come le altre volte, oramai la procedura la so a memoria. Tutto come se
ci fosse stato anche lui. Ma lui non c'era. Quante volte ho compiuto quei
gesti? Cento? E ora devo atterrare, e non c'è nessuno a pararmi
il culo là sotto. E nemmeno qui accanto. Mi basterebbe un cenno
del casco, mi basterebbe la sua presenza qui vicino, per darmi coraggio.
Ma invece c'è un sedile vuoto. Un sedile vuoto? Che cretina, che
sono! Cretina, sono cretina. Ma che facevo mentre spiegava, con pure i
disegnini? Il suo sedile è vuoto! È proprio questo che fa
la differenza. I suoi sessanta chili in meno. Virare, virare, tornare al
campetto.
Adesso lo so. Sono pronta. Posso
fare un tocca-e-va, per prendere la misura. Non potrà essere uguale.
Dovrò tenerne conto, che non c'è lui con me. Come ho fatto
a non pensarci? Ora mi tornano in mente le lezioni, i diagrammi colorati,
le curve tracciate con il pennarello sui fogli tenuti fermi dai sassi,
al bordo della pista. Ecco la cava, ancora poco e ci siamo. Anemometro,
variometro, altimetro. Sarà una traiettoria più ripida, come
lo è stata la salita. Mi allineo alla siepe, tolgo motore. Sessanta,
cinquantacinque. Sono quasi giusta, solo che metterei le ruote sulla strada,
trenta metri troppo presto. Dai tutto motore: vai via. Riprova, questa
volta è quella buona. Ma piano, devo andare più piano. Fa
impressione, ma non stallerà. Non ho fatto una bravata. Finché
non ci sei, non sai. Anemometro, variometro, ok. Un'ultima virata, e mi
presento bella dritta. Passo sopra la strada a un metro di quota. Motore
al minimo. Le ruote sfiorano l'erba. Richiamo dolcemente la cloche verso
di me. Mi appoggio, solo un piccolo rimbalzo, e scende anche il ruotino.
Schiaccio i freni con tutto il peso e sono ferma: ho ancora un terzo di
pista davanti. Sarebbe fiero di me. Lo sa che non voglio volare via. Ma
è bello sentire di poterlo fare.
13/2/99