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SOLO PER UOMINI (V.M. 18, se esistono)
La verità é che le donne sono tutte porche.
Non faccio certo questioni di categoria, anche noi uomini siamo maiali. Meno
perfidi però ché da noi maschi te lo aspetti.
Adoro le femmine se non fosse per quel brutto vizio che hanno quando,
arrivate ad un certo punto della relazione, si sentono in diritto di poterti
mettere il cappio al collo. E vogliono diventare mogli, e vogliono diventare
madri.
Che noia, così tutte uguali e volgarmente scontate.
Si capisce che invecchiando non riesco più a fare a meno delle mie libertà.
Cristina per esempio, quel gran bel pezzo di fig[liol]a.
Distinta e perbene, con quella erre arrotolata sulla lingua e l’oro appeso
alle dita, orecchie, polsi, collo; in bilico sulle caviglie sottili cerca
vanamente di proteggere le morbide curve dentro a quei suoi abitini molto
firmati e molto aderenti; nel mentre guarda il mondo, e soprattutto me, un
po' dall'alto serrando le labbra in tono di disappunto.
Belle tette e bellissimo culo.
Quando l’ho vista ho deciso che dovevo essere io il primo ad aprirla. Ho
cominciato a chiamarla senza tregua, al telefono sussurravo che mi stavo
masturbando pensando a lei, che ero proprio lì con il mio bel cazzo duro e
gonfio in mano a sognare il suo corpo nudo accanto al mio e che, mentre la
cappella mi si ingrossava, io immaginavo di toccare la sua pelle bianca e
morbida spingendomi con le dita fino a luoghi inesplorati.
Non ho impiegato molto a tendere la mia trappola.
Le ho fatto credere che solo lei avrebbe potuto redimere il mio voluttuoso
modo di essere; lei l’unica persona al mondo in grado di riordinare per
sempre la mia vita raminga e strampalata; lei sola capace di condurmi per
mano verso una esistenza più consona e meno opaca.
E lei, naturalmente, ci è cascata in pieno.
Desiderosa come era di conquistarmi il cuore.
Indubbiamente elettrizzata al pensiero di rendermi suo schiavo perché
nessuna donna é mai riuscita a domare il mio impeto. Il mio falso, ma molto
manifesto, amore era l’arma che lei si sentiva di tenere in pugno per
rendermi docile come un agnellino. Sotto la punta del suo tacco a spillo.
Fino ad arrivare a sposarmi.
Per sottomettermi aveva capito, la furba, di dover prima fingersi remissiva.
Per ottenere la fede da mettere al dito, questo gran bel trofeo da mostrare
alle amiche invidiose, credeva di potermi concedere soltanto un filino di
più.
Lei era sempre fredda ed un po' distaccata quando la portavo a casa mia a
fare l'amore, ma io quella notte ero deciso a farle cambiare registro. Non
aspettai nemmeno che si togliesse la giacca.
La spinsi contro la parete del corridoio e mentre con una mano le bloccai i
polsi, con l’altra mi sfilai la cravatta.
Pochi rapidi gesti e le sue mani erano legate dietro alla schiena. “Ora stai
buona!”
Le mormorai all’orecchio e vidi il suo viso farsi rosso.
“Stai cosa sto per farti?...”
Inferii ancora causandole un sussulto.
Incominciai a baciarla con violenza sulla bocca, costringendola a
dischiudere le labbra e far passare la mia lingua smaniosa alla ricerca
della sua.
Sentii la mia barba un po' lunga sfregare sul suo bel viso morbido, ma la
trattenni per la nuca impedendole di spostare la faccia in modo tale che
capisse subito di non potersi ribellare alla mia volontà.
Mi stavo scaldando parecchio e spingendo il mio bacino contro il suo le feci
sentire quanto era grosso.
Tanto per darle un assaggino di cosa l'aspettava dopo.
Poi sollevai una coscia tra le sue gambe e lei vi si appoggiò, ormai
famelica, con tutto il peso del suo corpo, mentre le si accorciò il respiro.
Aprii la camicetta ed i suoi seni balzarono fuori, avvicinando le labbra ai
suoi capezzoli protesi e duri li succhiai, prima l’uno poi l’altro. Potevo
sentire il rumore del suo cuore che batteva all’impazzata; accipicchia io
ero solo l'inizio del gioco.
Le sollevai la gonna fino alla vita e la toccai.
Era eccitatissima la porca, già le sue mutandine erano tutte bagnate. Gliele
abbassai e nel farlo mi accorsi che anche lei mi stava aiutando. Passai le
mie dita sulla sua fessura umida e calda allargandole le piccole labbra e
lei mugolò appena una frase incomprensibile.
In quel momento la penetrai con il dito medio, mentre con il pollice le
tintinnai il clitoride, avanti ed indietro tenendo sempre lo stesso ritmo.
Ancora ed ancora.
La mia mano era fradicia dei suoi umori che fuoriuscivano copiosi.
Introdussi anche l’indice nell'andito buio in modo tale da poter usare
maggiore pressione.
Sentii brividi bollenti percorrerle la schiena, ma non mollai la presa. Le
morsicai un capezzolo prendendolo tra i denti e poi le passai la lingua
intorno quasi per darle sollievo.
Avvertii le sue gambe farsi sempre più deboli. Stava cedendo fremente, la
signorina, alle mie violente voglie, alla sua inverosimile cupidigia. Mi era
bastata una cravatta.
Eppure non ero ancora soddisfatto.
Volevo sentirla urlare.
Il mio membro rigonfio cominciò a farmi male trattenuto dalle mutante. Era
arrivato il momento di pensare anche a me.
Lo estrassi, la cappella lucida e viola, il bisogno impellente di
cacciarglielo dentro.
Non c’era più tempo.
La obbligai a girarsi e le piegai la schiena costringendola a stare ferma.
Non aspettai nemmeno un attimo e in un sol colpo le infilai la verga. Senza
pietà nel culo.
Mio padre diceva sempre che donne nel culo godono di più perché non hanno
paura di rimanere incinte.
12/5/2000
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