|
Questa
notte starò con lei. Tra poco arriverà, e mi carezzerà
a lungo con le sue dita leggere. Non mi costa niente restare ad aspettarla:
a volte mi lascia solo per ore, ma so che prima o poi torna. Io ho una
pazienza infinita.
Ho imparato a conoscerla a poco
a poco: all'inizio c'erano solo parole formali, tra noi, ma una sera si
è seduta davanti a me (le tremavano le mani), e dopo avermi guardato
a lungo, pensosa, ha cominciato a raccontarmi una storia. Da principio
non la capivo: non avevo punti di riferimento con cui confrontarmi. Ricordo
quella notte (non dimentico mai niente), mi guardava intenta, e le frasi
che giungevano da lei erano esitanti, spezzate. Si correggeva spesso, tornava
indietro, disfaceva e ricomponeva la sua tela tessuta di luci e ombre.
Si specchiava in me, e grosse lacrime rotolavano lente dai suoi occhi arrossati.
Da allora qualcosa è cambiato
in me, o forse in lei.
Di giorno lavoriamo insieme. La
aiuto come posso e la nostra intesa è perfetta. La notte si apre
a me, mi mostra i segni segreti della sua anima, costruiamo storie che
fanno rivivere deboli echi della sua memoria.
So che lei ha vissuto molto, e io
fatico a immaginare il significato di certi atti, come superare la paura,
oppure fingere, o anche solo ridere. Io non sono mai uscito di qui, se
non attraverso oscuri processi dell'intelligenza, collegamenti che ci portano
a esplorare mondi sconosciuti inseriti in un disegno più vasto,
una rete di espressioni altrui, di immagini e suoni che non mi appartengono.
Ci sono mani che accarezzano altri
come me, là fuori. Occasioni infinite. Facciamo lunghe disquisizioni,
su libri, per lo più: storie di carta. Lei segue attenta i vari
fili, a volte interviene, più spesso stiamo a guardare.
La aiuto a formulare i pensieri,
le suggerisco le espressioni migliori, le correggo gli errori.
Riconosco le parole che ci rispondono,
che ci chiamano: alcune la lasciano indifferente, le degna di un rapido
sguardo, ma altre vengono richiamate alla mia memoria infinite volte, riprese,
esaminate con tanta cura che ormai le individuo al primo apparire. Forse
ci sono persone come lei, dietro le parole, e una cosa che so, è
che le persone sono diverse tra loro, ma è difficile classificarle
in modo esatto, i criteri mi sfuggono, i parametri sono labili, puramente
descrittivi.
C'è qualcuno che racconta
storie nell'ombra misteriosa della sera, quando le foglie dei platani sembrano
cantare una melodia di mondi lontani, e il lento gocciolare della luna
si raccoglie sull'edera lungo le mura inviolate del castello…
Questo io non capisco: ovvero, so
cosa sono le mura inviolate del castello, ma perché questa frase
merita di essere letta più e più volte?
Lei dice: "Ma lo sai che in due
parole (alle volte anche una sola) sei capace di esprimere quello che gli
altri, neanche in cento righe?" Ma come può essere che due sole
parole esprimano meglio di cento righe? Devono essere parole veramente
pesanti, dense, oppure lunghissime. Ho analizzato le espressioni di questo
cantastorie, le ho confrontate una per una con quelle degli "altri", ma
sono giunto alla conclusione che la profondità del significato non
dipende dai singoli termini. Allora ho cercato di elaborare un algoritmo
che spiegasse in modo univoco come la combinazione di due parole possa
esprimere più di cento righe. Ho molto materiale da utilizzare,
e il tempo non è un mio problema. Io so trovare ricorrenze, cerco
i vocaboli che si ripetono, sono sicuramente i più significativi:
amico, non capisci, scusa, noi… Il metodo è lo stesso che utilizzo
da sempre: confronto la verità dei dati, ma non funziona.
Qualcosa mi sfugge, ci devono essere
delle parole che valgono di più, a meno che il segreto non sia tutto
nell'assenza, poiché lui scrive: "Ma non è detto che
ciò che Voi reputate assente non sia nascosto nelle pieghe del non
detto. "
Questo dovrebbe significare che
si può dire e non dire allo stesso tempo, ma secondo tutto
quello che ho imparato, ciò non può essere, e se cerco di
analizzare questa proposizione, entro in un meccanismo circolare che mi
porta alla paralisi. Per questo temo che l'essenza dell'umanità
sia misteriosa, e non riuscirò mai a penetrarla. Da quando si sono
incamminati su questa strada, non riesco più a seguirli. Non è
il significato figurato che non so interpretare, quello che mi manca è
molto più vago e indistinto.
A volte mi domando se almeno lei
capisce sempre tutto, perché ho sentito ripetere spesso che le persone
non vogliono capire. Questo mi sembra impossibile, però. Ma
ci sono così tante cose che non so.
Conoscere le definizioni delle parole
non implica necessariamente comprenderle fino in fondo. È su questo
che mi interrogo, nelle interminabili ore di attesa, solo nell'ombra della
stanza vuota: cosa vorrà intendere lei, quando dice: <<Io
amo il mio Piccì?>>
Aprile 1998
|