A pesca con papà
Mio padre ha sempre pescato. Da quando la mia memoria puo' dare un senso al passato, canne da pesca, cestini puzzolenti, pesciolini vivi che nuotano nel bidet di casa hanno fatto parte degli accessori di cui è corredato papa'.
Ci sono vecchie foto di famiglia in cui si vede papa' che confronta il Dedo con un grosso pesce, tenendolo per coda (il pesce, non mio fratello).
Comunque, era piu' alto il pesce. 
Certe volte mi portava con se' in quel negozio di caccia e pesca che c'era in via Borsieri, "la Biunda". Questo perche' la proprietaria era ben fornita di davanzale, anche se il colore dei capelli forse non aveva niente a che fare. Ma a Milano si dice cosi', se una donna e'  prosperosa, o anche solo un po' vistosa. Ehi, biunda...
Nel negozio della biunda c'erano dei quadretti, tutti uguali, ognuno con la sua brava cornice di legno. Erano messi in fila uno sotto l'altro, ma l'ordine non era casuale. Erano le pinne dei temoli. La piu' grande in alto, e cosi' via. Sotto ogni pinna c'era una targhetta metallica, con il nome del pescatore, la lunghezza dell'animale e il peso.
Quella di mio padre era la terzultima, ma ogni volta che andavamo lì, mentre lui ordinava i vermi o i cagnotti che gli servivano per il giorno dopo, io stavo ad ammirare la pinna di mio padre. Leggevo e rileggevo il nome, confrontavo la nostra con le altre, invidiavo quelle belle grosse, che stavano al primo o al secondo posto. Papa' mi aveva spiegato che prendere un temolo e' comunque una bella soddisfazione, anche se non e' il piu' grande di tutti, perche' e' un pesce difficile e raro. Ma io mi immaginavo come doveva essere fiera la figlia della pinna numero uno. Non che non fossi fiera anche io, ci mancherebbe. Pero', terzultimo, via....
Quando ero piu' piccola, una volta mi aveva portata in Vespa all'Idroscalo. Una puntatina veloce, saremmo tornati a casa prima di pranzo. Lui pescava le alborelle con la canna fissa, e io provavo ad avvicinarmi alla riva piu' che potevo. Non mi avevano nemmeno messo le scarpe, non so perche' calzavo delle ciabattine di pelle rossa. A furia di avvicinarmi all'acqua, sullo scivolo scosceso di cemento, e' andata a finire che ho messo un piede dentro.
Allora papa' mi ha sgridata, ma non tanto. Papa' non sapeva sgridare, mica come la nonna.
Al ritorno mi ha fatto stare dietro. Io adoravo stare dietro, abbracciata alla sua schiena come i grandi, ma di solito dovevo stare in piedi davanti a lui, con le mani attaccate al manubrio. Se era un percorso breve, come andare all'asilo, poteva anche andare, ma fino all'Idroscalo era lontano, mi stancavo di stare in piedi. 
Il parabrezza l'aveva messo apposta per accompagnarmi all'asilo, e c'era anche un piccolo tettuccio azzurro, per quando pioveva. Peccato che un giorno la nonna e' venuta a prendermi in taxi, e ha decretato che quell'asilo era sporco, e io puzzavo di caprone. Cosi' mi ha portata a casa sua, e non ci sono piu' andata, all'asilo. Invece a me piaceva, mi piacevano i bambini, e quelle belle seggioline piccole, che quando mi ci sedevo, toccavo terra con i piedi. Mi piaceva perfino il  mangiare. Una volta la mamma mi aveva fatto la sorpresa di cucinarmi il passato di verdura con dentro i ditalini, proprio come si mangiava all'asilo.
Quando andavamo al mare, papa' noleggiava un pattino, che in Liguria si chiama moscone, e mi portava a pescare vicino agli scogli. Come esca usavamo delle conchiglie rotte, o i vermi. Prendevamo un pezzettino di verme e lo infilavamo sull'amo della lenza, senza canna e senza galleggiante, solo con i piombini. Tenevamo il filo in mano, appena sentivamo mangiare dovevamo tirare delicatamente. Papa' mi diceva "Fai piano, aspetta, se no scappano" ma io facevo a modo mio: davo un bello strattone, e via. E' vero che a volte li beccavo nell'occhio, o nella branchia, ma alla sera ne avevo presi sempre un bel po' piu' di lui, e per questo lo scherzavo sempre, ma lui non se la prendeva. Io li contavo man mano che li prendevo, e gli dicevo: " Io otto, e tu?" Ed erano quasi le uniche parole che ci scambiavamo: i pescatori sono silenziosi, se no i pesci scappano.
Poi li davamo ai gatti, nella terrazza giardinetto della casa, perche' erano dei pesciacci brutti e rossi, che non erano buoni da mangiare. Mia sorella cercava di approfittare per accarezzare i gatti, ma quelli erano velocissimi, prendevano il pesce in bocca, e correvano via.
Quando andavamo in montagna non mi faceva pescare con lui. C'era un lago,  e mettevano tante canne in fila, con sopra un campanellino. Quando suonava, correvano lì e recuperavano con il mulinello. Poi uno degli amici prendeva il guadino, che e' una specie di reticella come quelle per le farfalle, e all'ultimo momento la metteva sotto la trota, perche' con il suo peso non rompesse il filo.
Pero' noi bambini partecipavamo alla ricerca dei vermi. Si spostavano quei grossi tronchi abbandonati ai limiti del bosco, e sotto c'era la terra umida, e molti vermi rossi e grossi. Li mettevamo in una specie di secchiello di plastica giallo, con il coperchio bucherellato, insieme a un po' di terra nera. 
Ogni tanto andavamo a caccia di cavallette, in un grande prato. Papa' ce le pagava un tanto l'una. Avevamo una scatolina di alluminio rotonda, come quelle della cipria, ma un po' piu' spessa, con sopra una reticella metallica. Il coperchio ruotava, lasciando apparire un buchetto. Il piu' delle volte, mentre cercavamo di infilare dentro una cavalletta appena presa, ne scappavano fuori due o tre, comunque di tempo ne avevamo, e alla fine venti o trenta ne riuscivamo a catturare.
Qualche volta mi sono domandata come mai portasse sempre me, a pesca, e non mio fratello. Forse solo perche' quando ci andavamo il Dedo era troppo piccolo, e poi, a un certo punto, ha smesso di portare anche me. Mia sorella non ci sarebbe andata, perche' era schifiltosa, e non avrebbe mai toccato i vermi, o anche solo i pesci.
Quest'anno mio padre non e' andato all'apertura della trota. Purtroppo gli e' venuto male a una spalla, e non riusciva nemmeno a tenere la canna in mano. Ultimamente pesca con la mosca, che e' una tecnica difficile e molto faticosa. Gli amici sono gli stessi di quarant'anni fa, o forse ancora prima. Pero' mio padre non ha mai fatto i soliti discorsi dei pescatori, con le braccia allargate per descrivere quello grosso che e' scappato. 
Io non pesco più da anni, ho dimenticato il piacere della cattura: l'ho superato. 
Ma in cambio ho imparato a cucinare tutti i tipi di pesce, che somministro agli amici più preziosi in rare e meticolose occasioni. Ormai non seguo piu' nemmeno una ricetta, ma guardando nell'occhio ogni singolo scampo, ogni orata scintillante, ogni umile triglia, con l'istinto e l'esperienza ne traggo il meglio, per trasformarlo in delicata offerta da immolare sull'altare dell'amicizia, o, a volte, dell'amore.

Aprile 98 - febbraio 2000