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Con
la carta d'imbarco in mano, Andrea percorse il corridoio cercando il suo
posto.
Sistemato il cappotto nel portabagagli,
sopra il sedile, si accomodò, guardandosi intorno. L'aereo era molto
affollato, situazione prevedibile a causa delle vacanze di Natale imminenti.
Premendo un pulsante sul bracciolo
fece inclinare di due tacche lo schienale, cercò di allungare le
gambe nel minimo spazio consentito dal sedile davanti, e chiuse gli occhi,
isolandosi dal brusio dei passeggeri che gli ronzavano intorno monotoni.
Avrebbe dormito tutto il viaggio,
come ogni volta. Da quando lavorava come inviato, stava più tempo
in volo che seduto alla sua scrivania. All'andata dormiva, al ritorno scriveva.
Ma questo era un viaggio privato, pagato con i suoi fondi personali. Non
voleva pensare a quanto gli sarebbe costato, questo regalino. Alessandra
valeva questo sperpero. O meglio, lo valeva la sua felicità. Pregustava
già la faccia che avrebbe fatto, vedendolo entrare in casa col suo
dono. Si immaginava i suoi occhi nocciola allargarsi per lo stupore, e
il mento tremare per l'emozione.
Si, ne era certo, niente al mondo
le avrebbe fatto più piacere.
La hostess gli toccò un braccio,
pregandolo di raddrizzare lo schienale. Lui le sorrise, e non poté
fare a meno di sentire il suo profumo, mentre già si occupava del
viaggiatore davanti. Stavano rullando, il vicino aveva aperto un giornale,
invadendo parte del suo esiguo spazio.
Andrea si appoggiò al bracciolo
esterno, verso il corridoio, seguendo con lo sguardo la hostess che si
allontanava fra i sedili e soppesando le rotondità che ne attillavano
la divisa.
Quando un passeggero si interpose
nella sua traiettoria visiva, si lasciò illanguidire dalle rimuginazioni,
e non si riscosse fino ai rumori che precedevano l'atterraggio.
Non c'era nessuno ad attenderlo.
Attraversò l'aeroporto senza guardarsi intorno, e riuscì
anche a trovare una macchina, una specie di taxi ammaccato e puzzolente.
Si fece portare direttamente in
albergo, e prima di prendere possesso della camera, telefonò al
suo contatto.
Stava bevendo un caffè, slavato
epilogo di una cena mediocre, quando lo chiamarono dalla portineria. Posò
la tazza quasi piena e si alzò da tavola, avviandosi verso il bar.
Un uomo con un lungo cappotto, stretto
in vita da una cintura, lo aspettava. Aveva il viso butterato, e un naso
lungo e tagliente.
Andrea lo invitò a sedersi
a un tavolino, ma lui rifiutò cerimoniosamente.
Parlava a bassa voce, gli occhi
puntati da qualche altra parte e le labbra quasi immobili. Andrea dovette
avvicinarsi perché faticava a capire l'improbabile inglese dell'uomo,
che sapeva chiamarsi Tomas.
Ripeté ogni frase, per essere
sicuro dell'ora e del luogo. Rinnovò l'invito a bere qualcosa insieme,
ma l'uomo, chinando la testa, rifiutò di nuovo, e si congedò.
Il mattino dopo, finalmente nell'auto
che lo avrebbe portato all'appuntamento, Andrea si concesse di pensare
al bambino.
Non sapeva immaginarsi come sarebbe
stato, in ogni caso i bambini si assomigliavano tutti. Sperava solo che
non avrebbe pianto troppo durante il tragitto fino a casa.
Tomas, che aveva conosciuto in uno
dei suoi viaggi precedenti, aveva insistito che fosse lui a scegliere.
Da principio la cosa lo aveva contrariato: non se ne intendeva di bambini.
Avrebbe preferito dettare semplicemente le caratteristiche richieste: carnagione
chiara, capelli e occhi castani e, naturalmente, una salute perfetta.
Alla fine aveva acconsentito, quando
Tomas gli aveva proposto di esaminare anche le madri. Questa soluzione
l'aveva soddisfatto, perché c'era la possibilità di indovinare
l'aspetto che avrebbe avuto il bambino in seguito.
I continui sobbalzi dell'auto non
gli consentivano di rimanere immerso nei suoi pensieri. L'autista frenava
spesso, sia per lo stato del fondo stradale che per gli ostacoli che si
trovava davanti: ora un carretto, ora un gruppo di persone a piedi o in
bicicletta, ora un camion scassato da superare.
Il velo di polvere che copriva i
vetri dava un alone nebbioso alla giornata, mentre un pallido sole faceva
atto di presenza, sopra le colline.
Il riscaldamento non funzionava
bene, e ogni respiro dei tre uomini si materializzava in una nuvoletta
bianca e umidiccia.
Alla frontiera dovettero scendere,
e sottostare a un controllo meticoloso dei documenti e delle loro stesse
persone.
Andrea si immaginava già
il tempo che avrebbero perso al ritorno, con il bambino.
Dopo circa mezz'ora di marcia lungo
una brughiera desolata, senza una casa né un albero per chilometri
e chilometri, si trovarono di fronte un gruppo di costruzioni grigie, addossate
le une alle altre.
L'autista azionò il freno
a mano, e si voltò a guardare i due passeggeri.
Non aveva detto una sola parola
per tutto il viaggio.
Con grande efficienza Tomas fece
radunare le madri e i bambini in un cortile putrido e lercio.
Le donne si erano allineate contro
un muro vestito del ricordo di manifesti pubblicitari, con i bambini in
braccio o adagiati in una specie di amaca di stoffa che portavano legata
al collo.
Andrea si concentrò sui visi
delle ragazze, ignorando di proposito gli abiti sgraziati, l'immondizia
del cortile, le macerie sparpagliate ovunque.
Aveva evocato nella sua mente l'ovale
perfetto di Alessandra, il suo sorriso dolce che l'aveva conquistato, i
suoi occhi da cerbiatta, umidi e schivi, l'arco delle sopracciglia che
aveva tante volte percorso con un dito.
Cercava di sovrapporre i tratti
amati e famigliari a questi volti angolosi e spogli, a queste bocche sdentate,
a questi occhi spaventati e fuggenti. Ma non c'era corrispondenza, nessuna
somiglianza era plausibile.
Scelse tre giovani, quelle che gli
erano sembrate più floride, o comunque meno emaciate, e le indicò
al suo accompagnatore.
Tomas impartì brevi ordini
nella sua lingua, e in un momento tutte le altre scomparvero, come se fossero
passate attraverso il muro.
Andrea guardò i bambini.
Erano molto piccoli, dimostravano meno dei sei-sette mesi pattuiti. Lo
fece notare a Tomas, ma lui garantì che erano tutti e tre nati nella
scorsa primavera, erano già stati svezzati, e la piccola taglia
era dovuta alla malnutrizione.
Notando l'indecisione del suo cliente,
ne prese uno in braccio, lo scoprì dallo straccio di lana che lo
avvolgeva e gli dimostrò come teneva su la testa, come fissava lo
sguardo, come rispondeva al sorriso, fornendogli altre prove di maturità
che Andrea non riusciva a seguire.
Lo stesso esame fu ripetuto per
gli altri due bambini, che appena passati dalle braccia della madre alle
mani guantate di Tomas scoppiarono a piangere.
Vinta l'indecisione, Andrea scelse
il primo, che sembrava il più tranquillo.
La ragazza gli mise in mano il fagotto,
il denaro fu contato e consegnato, e in pochi minuti erano sull'auto.
La donna grassa dell'Ambasciata lo
guardò con curiosità, mentre firmava le carte.
-Perché è venuto qui
a prendere il bambino? Lei è così giovane. Non le hanno accettato
la domanda di adozione?
Andrea rispose senza smettere di
scrivere:
-Non mi andava di aspettare.
-Ah, certo, la burocrazia. Di solito
quando arrivano da me hanno perso tutte le speranze. Anni e anni di attesa.
Io cerco di aiutarli, semplifico le pratiche. Non lo faccio per i soldi.
Lo faccio per questi poveri bambini, è un modo come un altro per
tirarli fuori dalla miseria.
Tomas non capiva, ma la guardò
male.
Lei fece finta di non averlo visto,
e proseguì con voce melensa:
-Bè, così è
proprio suo figlio, sa? È meglio di un'adozione. Nessuno potrà
più toglierglielo.
Con le dita strozzate da una sfilza
di anelli sistemò le carte. Andrea non poté fare a meno di
pensare a una fila di salsicce legate da un cordone d'oro, e quest'idea
gli strappo' il primo sorriso della giornata.
Lei si sentì incoraggiata,
e tutta raggiante, alzandosi gli comunicò:
-Bene, signor Cominelli, complimenti!
Ora lei è padre.
Tomas passò il fagotto con
il bambino addormentato ad Andrea, pagò la donna e uscirono.
Alla frontiera questa volta scese
solo Tomas. Mostrò a una guardia i documenti. Questi lanciò
una rapida occhiata all'auto, al di sopra delle carte, e fece un gesto
di assenso.
La sbarra si aprì ed erano
già fuori.
Andrea cominciava a capire perché
gli era costato tanto. Pensò al suo gruzzoletto. Il fatto che fosse
un introito extra non diminuiva la nostalgia. E nemmeno lo consolava ricordare
come li aveva avuti: pagato per non scrivere, una volta tanto. Cinquanta
milioni esentasse, che aveva girato quasi interamente a Tomas. Non lo infastidiva
il sospetto che avesse tenuto per sé la fetta più grossa
della torta. Tutto stava filando liscio. Tomas sapeva muoversi.
Andarono direttamente in aeroporto.
Andrea voleva comprare dei vestitini
per il bambino, qualcosa che lo rendesse presentabile, ma non sapeva dove,
e se c'era tempo, nè se avrebbe trovato i negozi ancora aperti,
al suo arrivo in Italia.
Lo disse a Tomas, il quale trasse
da sotto il sedile un involto stropicciato.
-Present.
Disse chinando il busto e indicando
il pacchetto con magnanimità.
Andrea rimase ancora una volta stupito
dalla professionalità di quell'uomo.
-E chi lo cambia, adesso?
-Pardon?
-I can't dress him.
-I do. Airport.
Nella toilette dell'aeroporto c'era
una nursery, e Andrea osservava i gesti sicuri di Tomas mentre lavava il
bambino con fazzoletti di carta, gli cambiava il pannolino e gli infilava
la tutina celeste e il golfino di lana blu che aveva preparato per lui.
Incuriosito da questa strana persona,
che non lasciava trasparire alcuna emozione, mai, si sentì chiedere:
-Are you married, Tomas?
Lui lo guardò serio, ma solo
per un momento:
-Is my job.
-Congratulation! You should be a
good father!
Tomas lo guardò negli occhi:
-You too.
Andrea alzò entrambi i sopraccigli,
colpito. Poi inclinò il capo, sorridendo, e antepose i palmi aperti:
-He is for my wife!
Tomas alzò le spalle e continuò
il suo lavoro senza aggiungere altro.
Aveva procurato anche un biberon
di latte, e si era sistemato nella sala d'aspetto. Andrea si mise in fila
per il controllo del biglietto. Tutto stava andando nel migliore dei modi.
Il piccolo non aveva strillato neanche una volta, e ora da bravo stava
succhiando la sua cena, tenendola stretta con tutte e due le manine, lo
sguardo fissato in un punto lontano.
-To sleep.
Disse Tomas indicando il biberon.
-Perfetto- pensò Andrea.
Chiamarono il volo. Il bambino dormiva
già.
Andrea porse la mano a Tomas:
-Thank you for all.
Lui annuì. Poi gli volse
le spalle e se ne andò.
Come previsto da Tomas, il bambino
dormì tutto il viaggio e non gli creò problemi. Solo una
hostess, dopo che si era seduto, volle vederlo, e gli chiese come si chiamasse.
Andrea esitò, perché non si ricordava il suo nome.
Rispose:
-Chicco. Noi lo chiamiamo Chicco.
E in quel momento decise che così
sarebbe stato.
Entrò in casa senza far rumore.
Era notte fonda.
Depose delicatamente Chicco sul
divano del salotto e accostò una sedia, per evitare che rotolasse
giù.
Alessandra era a letto che leggeva.
Lui si chinò per baciarla, e le sussurrò all'orecchio:
-Ti ho portato un regalo.
Le brillarono gli occhi come una
bambina.
-Davvero? Dov'è? Dammelo!
-Vieni di là. No, anzi, stai
qui e chiudi gli occhi.
Lei ubbidì, tutta eccitata.
Quando le appoggiò il bambino
tra le braccia rimase ferma qualche istante.
Palpeggiò il fagotto a occhi
chiusi, poi il suo sorriso si spense.
Aprì gli occhi, guardò
seria il bambino, poi Andrea.
-Cos'è, uno scherzo cretino?
Di chi è?
Andrea incassò la sua sorpresa,
e con voce dolce, accarezzandole la mano, rispose:
-È tuo. È nostro...
-Dove l'hai preso? L'hai rapito?
-No. L'ho comprato.
Le si riempirono gli occhi di lacrime.
Non si decideva a posare il bambino, che dormiva beato, ma nemmeno lo stringeva
a sé come lui aveva previsto.
Restava lì, percependo il
suo calore nelle braccia. Girava la testa a destra e a sinistra, la bocca
semiaperta, lo sguardo fisso davanti a sé.
Lui si sedette sul letto, la circondò
con un braccio e le stringeva le spalle contratte, le massaggiava la schiena
irrigidita.
Finalmente lo guardò:
-Andrea. Ma come ti è venuto
in mente.
Le asciugò le lacrime con
il palmo della mano. Le sorrideva, rassicurante:
-Finalmente abbiamo un figlio nostro,
Alessandra. Un figlio tuo. Non voglio più far finta di dormire per
non vederti piangere la notte. Non voglio più girare la testa dall'altra
parte quando ti fai gli occhi umidi a guardare quelli degli altri. Ale,
stava diventando un'ossessione. Lo sai anche tu.
Guarda tuo figlio. Accarezzalo.
Ti assomiglia. Stringilo. È tuo. Nessuno te lo può togliere.
Basta con le analisi. Basta con
i dottori che ti frugano dentro, che ti invadono con le loro domande. Basta
con tutte quelle prove imbarazzanti, umilianti, vergognose.
Non lo desideravi tanto? Non lo
vuoi?
-No.
Guardò il bambino e lo fece
scivolare sul letto.
-Non così.
Andrea non riuscì a dominare
una sfumatura sarcastica:
-E allora come?
-Lo sai.
-È inutile riparlarne. Abbiamo
il nostro bambino, ora. Mi è costato una fortuna. Ho scelto il migliore
possibile. Capisco che sei rimasta sorpresa.
Non te ne ho parlato perché
non ti volevo illudere, se qualcosa fosse andato storto. Invece è
andato tutto bene. Ho qui tutte le carte, i suoi documenti. È mio
figlio. Legalmente.
La madre ha rinunciato a tutti i
diritti di potestà. L'ho riconosciuto come mio figlio naturale.
-Ma che razza di uomo sei? Ma che
mostro, che topo di fogna sei? Ma cos'hai capito? Io voglio un figlio mio.
Mio, mi hai sentito? Voglio aspettarlo con amore. Voglio preparami con
cura ad essere madre. Voglio sentirlo crescere dentro il mio corpo. Voglio
accettarlo con tutta me stessa.
E tu che fai? Mi porti un bambolotto
vivo per Natale! Vuoi tenermi tranquilla? Vuoi comprare le mie inquietudini?
Stronzo!
Si era allontanata, raccogliendo
le gambe piegate tra le braccia per sfuggire il contatto fisico con lui.
-Calmati un attimo. E non gridare,
che lo svegli. Adesso sei alterata. Posso capirlo, anche se non immaginavo
che avresti reagito così.
Hai ragione, ho fatto male a non
dirtelo prima. Ma volevo evitarti un'altra delusione, un altro dispiacere.
Domani vedrai le cose diversamente,
e mi darai ragione. Non c'era un'altra soluzione.
-Bugiardo! Non fare finta di non
sapere cosa volevo veramente.
Il dottore aveva detto che non c'erano
problemi. Io volevo avere il mio bambino. Sei tu che sei sterile. Io sto
benissimo. Io potrei concepire quando voglio. Perché non hai voluto?
Perché hai tergiversato, hai preso tempo fino a uscirtene con questa
trovata?
-Taci. Stai zitta, non capisci più
niente.
-E invece parlo. Parlo finché
mi pare
Gli aveva conficcato dentro i suoi
occhietti cattivi, e non mollava la presa.
Lui manteneva il controllo.
-Smettila.
Alessandra si era alzata dal letto,
e ora lo incalzava da vicino. Lui poteva sentire il profumo del suo respiro,
mentre le usciva dalla bocca insieme alla voce tagliente.
-E a quella donna, non ci hai pensato
neanche per un momento, vero? Certo, sarà stata una troia come tutte,
tranne tua madre. Io pago e lei si faccia i cazzi suoi. Fa niente se non
vedrà mai più suo figlio. Ne farà un altro e lo venderà
a un bell'ariano di merda senza sugo nelle palle.
Il ceffone di Andrea le chiuse l'ultima
parola tra le labbra e lei cadde all'indietro, sul letto. Si coprì
il viso con entrambe le mani. Poi, lentamente, si rialzò e incominciò
a vestirsi.
-Scusami, Ale. Mi sono fatto trasportare.
Vieni. Torna a letto. Che fai?
Le si avvicinò, cercò
di abbracciarla. Lei non reagì: lo lasciò fare, restando
inerte. Quando lui si ritrasse, ricominciò a vestirsi.
-Dove vuoi andare, a quest'ora?
Lascia perdere. Se vuoi, dormo io sul divano. Domani ne riparliamo. Non
andare via, Ale.
Lei aveva indossato il cappotto.
Stava contando i soldi, nella borsa.
Alzò gli occhi su di lui,
ma era come se non lo vedesse. La sua voce era spenta. Stanca.
-Lasciami andare via qualche giorno.
Ho bisogno di pensare. Di stare sola. Appena me la sento ti chiamo.
-No, dai, non andare via. Ale, non
lasciarmi. Io ti amo. Ti amo da impazzire. Non sopporto l'idea di una vita
senza di te.
-Stronzate. Passi più tempo
all'estero che con me. Tu vuoi una bella mogliettina fedele e innamorata
che stia qui a lucidare la casa mentre non ci sei.
-No, non è vero. Io non voglio
altro che la tua felicità, lo giuro. Io voglio fare la tua felicità.
Io voglio essere l'artefice della tua felicità.
-E allora perché non hai
mai accettato la fecondazione artificiale?
Lui si mise tra lei e la porta di
casa, ostruendo il passaggio con il proprio corpo.
-Lasciami passare, Andrea. Non puoi
fermarmi. Ormai non più. Nemmeno con la forza. Non mi possiedi più,
Andrea.
Lei aprì la porta. Lui la
lasciò passare.
Dal primo gradino della scala si
voltò, e gli lanciò un ultimo sguardo interrogativo.
Andrea aveva gli occhi arrossati,
e si premeva le nocche contro i denti, per impedirsi di urlare, di singhiozzare
ad alta voce. Le sue parole uscirono soffocate, rauche e appena comprensibili:
-Non sopporto, non accetto, non
concepisco l'idea dello sperma di un altro uomo dentro il tuo corpo. Che
è mio.
Alessandra gli girò le spalle
e scese le scale.
Strascicando i piedi come un vecchio,
Andrea tornò in camera da letto.
Il bambino si era svegliato e stava
piangendo.
(Dicembre 1998)
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