SGUARDI
Monica uscì dalla doccia, e dopo essersi frizionata accuratamente con un asciugamano, si spalmò per tutto il corpo un olio profumato, massaggiandosi fino a farlo assorbire. Si ridipinse le unghie dei piedi e delle mani, prendendosi tutto il tempo che ci voleva. Asciugò i lunghi e lisci capelli castani con spazzola e phon, e li vaporizzò pazientemente di profumo per tre volte, attendendo tra una spruzzata e l'altra che l'essenza fosse completamente evaporata. Infine, davanti al grande specchio ben illuminato, rimodellò i suoi lineamenti con ombre leggere e sapienti, cancellando a volte con il polpastrello del mignolo e ricominciando da capo, fino a raggiungere la perfezione che aveva in mente.
Passò in camera, dove tre abiti erano pronti, ben stirati e freschi, distesi sul grande letto. Li soppesò a lungo, alla fine si decise per il piccolo tubino nero, velluto elasticizzato, spalline sottili. Lo indossò come una seconda pelle, fece qualche passo indietro, allontanandosi dalla specchiera a tre ante, poi se lo sfilò dalla testa, con cautela per non rovinare il trucco, e prese l'abito rosso. Era lungo, aderente sul corpo ma ampio alla caviglie. Due spacchi laterali partivano dalla sommità delle cosce, aprendo profonde feritoie di pelle lungo le gambe abbronzate. Fece una giravolta, saggiando l'ampiezza della gonna che sbocciava in una grande ruota, poi si tolse anche questo, per provare l'ultimo vestito rimasto. Era blu, corto, fasciante ma non troppo stretto, davanti accollato, maniche lunghe, si apriva sulla schiena in una curiosa scollatura a forma di cuore che partiva dalle scapole e raggiungeva il bacino, lasciando quasi intravedere il solco tra le natiche. Orientò i tre specchi in modo da potersi osservare anche da dietro, poi scosse il capo insoddisfatta e si cambiò di nuovo, optando infine per il tubino nero. Lo indossò sulla pelle così com'era, senza biancheria intima, con un paio di sandali dai grandi tacchi. Ripose le sigarette, le chiavi e qualche banconota nella borsettina nera, che sembrava una piccola valigia rigida con gli spigoli rinforzati, ed uscì.
Mentre guidava nella notte, notò che il vestito, a causa dei movimenti necessari ad azionare i pedali, le era salito e un'ombra della sua peluria sporgeva appena appena. Sorridendo si sistemò la gonna.
Arrivò che la festa era già ben avviata, gruppi di persone chiacchieravano a voce alta vicino al buffet, cercando di sovrastare la musica.
Si trovò un posticino appartato, e con il bicchiere in mano osservò distrattamente i presenti, passando con lo sguardo dall'uno all'altro, come se fosse soprappensiero. Poi si scelse una sedia, e si accomodò, accavallando le gambe.
Aveva notato un tipo, apparentemente solo, sul divano proprio di fronte a lei. Sembrava non conoscere quasi nessuno, o forse si annoiava, e se ne stava li, con la testa rovesciata indietro, ad ascoltare la musica. Monica torse leggermente il busto, per prendere la borsa agganciata allo schienale della sedia, e nel fare questo movimento disunì le gambe, lasciando che il vestito salisse un poco. Mentre frugava nella borsa, e poi quando si accendeva la sigaretta, lanciava rapide e discrete occhiate allo sconosciuto sul divano, che sempre nella stessa posizione stravaccata, la stava osservando furtivamente.
Allora si agitò ancora sulla sedia, come cercando una posizione più comoda: l'orlo della gonna ormai era salito fino a nascondere solo nominalmente quello che avrebbe dovuto. L'uomo rimase immobile, ora la guardava più apertamente, e sebbene le luci fossero basse, il dubbio che lo spettacolo allestito per lui fosse solo un'illusione ottica stava progressivamente cedendo il posto alla certezza di una prossima facile conquista.
Le voci di sottofondo e la musica riempivano l'ambiente, ma Monica aveva l'impressione di sentire il respiro accelerato di lui, che sembrava impassibile sul divano.
Se qualcuno passava tra i due lei, che da quando aveva acceso la sigaretta non l'aveva più guardato, approfittava per controllare con la coda dell'occhio l'effetto della sua studiata posizione.
Era seduta sull'orlo della sedia, i piedi ben appoggiati a terra, la schiena dritta ed il viso rivolto verso il capannello più numeroso, assorta come se stesse ascoltando da lontano i discorsi degli ospiti. Le gambe disgiunte ed il calore che saliva dall'inguine pervadendola tutta le davano la percezione illusoria di essere sola con quello sconosciuto.
Ogni tanto si assicurava con prudenza che nessuno degli altri la stesse guardando, e con movimenti impercettibili faceva in modo di mostrare via via più chiaramente la sua segreta nudità, ostentando l'ingenua indifferenza di chi non sa di essere visto.
Assaporava la lentezza indefinita di questi attimi: sapeva bene che sarebbe bastato il ronzio di una mosca per distruggere la delizia di queste suggestioni impalpabili, eppure così violente.
L'uomo si raddrizzò sul divano, valutando l'idea di andare a dirle qualche parola, tanto per sondare se c'era una possibilità. Ma restò immobile ancora per un attimo calamitato da quell'ombra scura e ambigua che riusciva a mala pena a distinguere.
Per Monica il segnale era chiarissimo: si alzò dalla sedia, si sistemò il vestito, e si diresse camminando elasticamente verso l'uscita.
Lui sorrise, come a dire: ho capito. Attese qualche momento, si guardò in giro con aria soddisfatta, e senza fretta percorse gli stessi passi di lei.
Era sicuro di trovarla nell'ingresso, come se si fossero lanciati uno sguardo d'intesa, e rimase confuso quanto si accorse che non era lì. Ispezionò velocemente tutto l'appartamento, scese le scale a precipizio, sperando di riuscire ad incontrarla sul portone.
Quando arrivò in strada, ansimando trafelato, Monica era già lontana.
Entrò in casa e si avviò direttamente verso la camera, gettandosi di traverso sul letto senza nemmeno togliersi i sandali. Chiuse gli occhi, e rivide proiettata sul retro delle palpebre la scena di poco prima. Si immaginava di essere quello sconosciuto che la guardava incredulo, e risentì un fiotto di desiderio inondarla. Prese a carezzarsi piano, mentre uscita da se stessa, si osservava osservata.
La tensione della festa fu in breve ricreata, la mano si muoveva più rapida, la carezza sempre più profonda, il respiro alterato, era sempre più vicina, stava proprio per… BASTA!
Saltò su dal letto, andò in cucina e preparò un caffè, che sorbì lentamente, in piedi davanti ai fornelli.
Poi si accese una sigaretta, aprì la finestra e si affacciò, poggiando i gomiti al davanzale.
Come quelli che guardano il mare dalla riva.
Come quelli che guardano il cielo dalla pista.
Come quelli che guardano gli altri vivere.
17/6/97