Marco e Bianca, Agosto 1996
LA STRAMBATA CONIUGALE
(Ovvero, chi non ha mai litigato in barca con la dolce metà, scagli la prima pietra.)
Agosto 1996. Siamo in navigazione da Campoloro a Solenzara con il nostro Fun AIAAIA. Siamo sotto spi, e voliamo ad una velocità incredibile, con planate che durano fino a trenta secondi, e fanno vibrare tutta la barca con un suono grave, come di contrabbasso percosso con l’archetto, che ti fa rimbombare anche le budella. Gli spruzzi tutt’intorno ci arrivano alle ascelle, faremo 12/14 nodi, ci giurerei.
Marco timona serissimo, ma sono certa che sta godendo.
Vedo dall’allontanarsi della costa che tra poco dovremmo strambare, ed una sottile inquietudine mi si insinua sotto le radici dei capelli.
La spinta del tangone nella trozza sarà per lo meno 300 kg, e già mi immagino in piedi in coperta, a cercare di convincerlo ad incocciare il nuovo braccio, ma soprattutto a cercare di rinfilarlo nella maledetta trozza, prima che come un missile impazzito mi sfondi la randa passandola da parte a parte. Sempre ammesso che la mia persona non si trovi sulla sua traiettoria.
Non so se mi ammutinerò.
Comunque tratterò la resa.
Marco mi guarda, e gli leggo negli occhiali che vorrebbe strambare.
<< Dobbiamo strambare?>>
Stringe le labbra e le spalle come Andreotti:
<<Tra poco...>>.
Ah, la strambata ... una manovra capace di rompere amicizie, di minare fidanzamenti di lunga data, innescare divorzi. Mi ricordo le litigate di Mario e Paola, (amici di mare e di bisbocce) raccontate da loro stessi con ironia, la sera alle grigliate.
Passati dieci minuti, espressa a Marco la mia preoccupazione, gli anticipo sventatamente che se riuscirà bene, per premio mi fumerò una sigaretta. E questo deve averlo molto maldisposto nei miei confronti (essendo come tutti sanno un accanito non fumatore).
Poi, come il solito, procediamo a strambare la randa.
Piccola nota: dato che siamo solo in due a manovrare ed il Fun, per chi non lo sapesse, ha le sartie volanti, con molto vento devo aiutare Marco a poppa, (lui passa la randa ed io le volanti); per questo non si possono strambare insieme randa e spi.
Il fatto di dividere in due tempi la manovra, fa si che il timoniere debba tenere più a lungo la barca con lo spi sulle vecchie mure, in poppa piena, e se c’è un po’ di onda a complicare tutto, ne deriva una situazione piuttosto instabile, sicuramente molto difficile da tenere.
Passata la randa vado a prua, e sono già al piede dell’albero quando mi viene in mente che non ho mollato il caricabbasso del tangone, particolare per me non irrilevante: se c’è vento forte, è già abbastanza difficile infilare il tangone sulla trozza per la pressione dello spi, e se il caricabbasso è teso ci vuole una forza sovrumana per contrastarlo. Così, quando vedo che il malefico non è stato mollato, torno indietro per liberarlo dallo strozzascotte. Per fare questo volto le spalle allo spi, e Marco comincia ad urlare:
<<Stacca il tangone ... incoccia il braccio ... guarda che si accaramella...>>
Solo il tempo di voltare la testa, e lo spi è fatto su in due belle e panciute volte intorno allo strallo. Resto li un po’ inebetita, e cerco comunque di finire la manovra, mentre Marco urla a più non posso ordini contraddittori come
<<Ristrambo... ammaina...>>
Più altri insulti diretti a me, e che non sto a riferire.
Provo a tirare un po’ il braccio, e si libera momentaneamente la pancia più grossa, lo incoccio sul tangone, ma la scotta è ancora saldamente arrotolata allo strallo, insieme con un bel pezzo di stoffa dello spi. Allora strambiamo di nuovo, poi stacco il tangone e lo spi magicamente si libera, ma siamo purtroppo sulle vecchie mure, e senza tangone per giunta, situazione di nuovo assai instabile: infatti dopo solo un attimo lo spi si avvolge di nuovo sullo strallo, e siamo costretti ad ammainare.
Mettiamo lo spi nel sacco e lo facciamo passare tutt’intorno alla barca, per rialzarlo sulle nuove mure, operazione che si svolge ancora con difficoltà: tre issate, tre caramelle e tre ammainate, fino al raggiungimento dell’obiettivo, con lo spi a segno sulle nuove mure.
Ma il senso più profondo di tutte le manovre predette sta nelle verbalizzazioni che le accompagnavano: dalla cortese rimostranza all’accusa di totale e spregiudicata colpevolezza, passando per tutti gli insulti marinari e terraioli che conoscevamo, urlati l’un l’altra con tutto il fiato, per terminare con un universale e liberatorio <<VAFF...>>. (Meno male che i bambini dormono innocenti in cuccetta!)