Lo so.
Sono un'incosciente. Non sono sicura di essere pronta eppure sono qui.
Ma se non ci provo, non saprò mai se è arrivato il momento.
Arrivo al capannone nel primo pomeriggio.
Ho sparso accorte bugie, per garantirmi qualche ora di irreperibilità.
Il signor Pietrone mi aiuta ad agganciare
il carrello alla macchina, ma solo quando sono sul viale, prima di aprirmi
il cancello, mi chiede:
-E il marito?
-Mi raggiungerà al campetto...-
mento, guardando al di sopra della sua spalla.
Guido con prudenza esagerata, attenta
a ogni piccola buca, per i cinquecento metri che mi separano dal nostro
prato.
Prima di tutto la manica a vento.
Pianto il paletto, e la stoffa bianca e rossa pende molle, rassicurante.
Poi scarico l'aereo dal carrello,
e apro i montanti delle ali. Senza fretta e senza pensare a niente le mie
mani ruotano tubi, avvitano bulloni, infilano stoffa, controllano dadi.
Una sequenza di operazioni automatiche che potrei svolgere a occhi
chiusi.
Manca solo la miscela, e ho finito.
Mi siedo sull'erba, accendo una
sigaretta e guardo l'aereo. Sono pronta? La mia mano trema un po', ma non
ci faccio caso.
Un altro giro ai bulloni, daccapo.
Fa freddo. Non importa.
Indosso la tuta, e il casco, e i
guanti imbottiti. Spingo l'aereo nell'angolo più sopravvento. Sono
pronta? Mi siedo a sinistra, questa volta: il posto del pilota è
mio. Un respiro profondo, e tiro la cordicella.
Il motore ruggisce al primo colpo,
e una ventata dall'elica mi investe. Tengo il piede sul freno e do un po'
di gas, per farlo scaldare.
Un giro di prova con gli occhi:
anemometro, contagiri, altimetro, variometro.
Un altro respiro. Dai, questa è
la parte più facile. Giù la manetta. Uno due tre, mollo il
freno. Scatta in avanti, poca cloche a cabrare, tiro su il ruotino.
Contagiri, anemometro, variometro,
altimetro. Quaranta, quarantacinque, settanta, ottantacinque... Novanta
all'ora? Ma se non siamo ancora a metà pista? Lascialo andare, non
tenere il braccio così duro. Molla un po' la cloche. L'aereo sale
a candela. Cazzo, ma che succede? Anemometro, variometro, altimetro. Sessantacinque,
cinquanta. Rimettilo giù, che vai a stallare. Ma cos'è, un
otto volante? Calma. Respira. Respira. Livella. Ma perché è
così nervoso? Anemometro, variometro, altimetro. Togli un po' di
motore. Livella a cento metri. Calma. Sono tutta sudata. Non mi sembra
il mio aereo. È schizzato su come un razzo. Madonna che spavento.
Vado su e giù come una mosca morta. Stai ferma con quella mano.
Tienilo a sessanta all'ora. Livella. Livella tu, cazzo! Come mai è
andato su così subito? Come mai basta sfiorarlo che salta come una
cavalletta? Calma. Fai un giro largo. Riprenditi. Ho le pulsazioni sul
rosso. Perché sbanfi, hai fatto le scale di corsa? Sì, fai
anche la spiritosa. Chi lo porta giù adesso sto robo. Se mi viene
bene mi schianto a trecento metri dalla pista. Io non lo porto giù.
Va bene, allora stai su. Quanta miscela abbiamo? Un'ora? Un'ora e venti?
Prima o poi devo scendere, lo so.
Ma ora è meglio riprendere il controllo dei nervi. Mi devo calmare.
Vado un po' dritta così, mi lascio portare. Non c'è vento,
sto bassa, seguo l'autostrada, così non mi perdo. Guardo la mia
ombra scivolare sul paesaggio invernale, con le chiazze di neve che macchiano
i campi marroni. Le cime degli alberi scorrono sotto di me, i rami appuntiti
mi indicano, come dita accusatrici. Ma chi me l'ha fatto fare? Gli hai
rubato l'aereo, sei venuta qui di nascosto come una ladra, e adesso ti
lamenti. Rubato è una parola grossa. È anche mio, in fondo.
Ma perché quando me lo chiedeva lui ho sempre detto di no? Perché
non ti sentivi pronta? Chi può dirlo.
Ecco il casello. Guardali là,
tutti in coda, uno addosso all'altro. Lumaconi! Come brillicano quelle
macchine. Sembrano gocce di rugiada, sembrano perline colorate, tutte infilate
in una collana luccicante, sembrano le biglie sulla pista di terra e sassolini,
nel giardino dell'asilo.
Non è che non mi sentivo
pronta. È che con lui non vale. Io volevo andare. Io volevo volare
da sola. Non come gli altri, attaccati al guinzaglio, con lui sulla pista
a guidarli via radio, come pupazzi telecomandati. E invece si vede che
ho sbagliato e non ero pronta. Adesso gli rompo l'aereo, e mi faccio pure
male. Che cretina che sono stata. Eppure ho fatto tutto come le altre volte,
oramai la procedura la so a memoria. Tutto come se ci fosse stato anche
lui. Ma lui non c'era. Quante volte ho compiuto quei gesti? Cento? E ora
devo atterrare, e non c'è nessuno a pararmi il culo là sotto.
E nemmeno qui accanto. Mi basterebbe un cenno del casco, mi basterebbe
la sua presenza qui vicino, per darmi coraggio. Ma invece c'è un
sedile vuoto.
Un sedile vuoto?
Che cretina, che sono! Cretina, sono cretina.
Ma che facevo mentre spiegava, con pure i disegnini? Il suo sedile è
vuoto! È proprio questo che fa la differenza. I suoi sessanta chili
in meno. Virare, virare, tornare al campetto.
Adesso lo so. Sono pronta. Posso
fare un tocca-e-va, per prendere la misura. Non potrà essere uguale.
Dovrò tenerne conto, che non c'è lui con me. Come ho fatto
a non pensarci? Ora mi tornano in mente le lezioni, i diagrammi colorati,
le curve tracciate con il pennarello sui fogli tenuti fermi dai sassi,
al bordo della pista.
Ecco la cava, ancora poco e ci siamo.
Anemometro, variometro, altimetro. Sarà una traiettoria più
ripida, come lo è stata la salita. Mi allineo alla siepe, tolgo
motore. Sessanta, cinquantacinque. Sono quasi giusta, solo che metterei
le ruote sulla strada, trenta metri troppo presto. Dai tutto motore: vai
via. Riprova, questa volta è quella buona. Ma piano, devo andare
più piano. Fa impressione, ma non stallerà.
Non ho fatto una bravata. Finché
non ci sei, non sai.
Anemometro, variometro, ok. Un'ultima
virata, e mi presento bella dritta. Passo sopra la strada a un metro di
quota. Motore al minimo. Le ruote sfiorano l'erba. Richiamo dolcemente
la cloche verso di me. Mi appoggio, solo un piccolo rimbalzo, e scende
anche il ruotino. Schiaccio i freni con tutto il peso e sono ferma: ho
ancora un terzo di pista davanti. Sarebbe fiero di me.
Lo sa che non voglio volare via.
Ma è bello sentire di poterlo fare.
13/2/99